.
Annunci online

eugualemcalquadrato


Diario


13 ottobre 2019

Gaia pazzerella

Acrobata "terrestre"





  
                                                Undici agosto  scorso, il clima è rovente nella campagna romana, si attendono i 38 ed oltre gradi centigradi di temperatura.

                                                Il fronte della Politica è turbolento, quasi tutti - incoscienti - giocano al tanto peggio, tanto meglio. Il PD, nel suo Segretario, continua ad inanellare cavolate e mai mi sarei aspettato di ritrovarmi in sintonia con il "ducetto" il quale, questa volta ne ha detta una giusta (accordo con il M5S, unica strada per non mandare da subito la compagine ove milita all'opposizione sine die. La Destra avrà il sopravvento con elezioni immediate. Occorre salvare il salvabile con politiche serie, oneste e poi si vedrà) per il benessere del Paese che tutti - o quasi - declinano; mentre se ne strafottono. 

                                   I numeri ci sono oggi (11/8) in Parlamento. ci vuole coraggio e sano pragmatismo; fare accordi anche con il "diavolo" pur di ... governare al meglio il Paese senza ricatti e per raggiungere gli scopi prefissati. Se non puoi combatterli, allora alleati! Una sana lettura de "Il Principe" di Niccolò non guasterebbe. Occorre saper mediare poiché la Politica è l'arte della mediazione. Anche il Sindacato è terreno di mediazione e ne so qualcosa perché ho vestito i panni relativi in contesti nazionali/decisionali, sostenendo sempre scelte razionali per il bene dei Lavoratori; seppur con qualche cedimento dalle posizioni originarie, pur di concludere al meglio possibile ogni trattativa con le altre Sigle e con il Datore di lavoro. 

                                               Quale migliore sfogo, quindi, in questo marasma generale che non dedicarsi al giardinaggio con il taglio dell'erba nel prato?

                                                Detto , fatto! Ore della mattinata ed eccomi a rincorrere la falciatrice e fare pulizia. A lavoro ultimato Gaia ha dimostrato di apprezzare il mio impegno e si è comportata come un'acrobata "terrestre", con evoluzioni sul prato; poi al sole finché non si è "cucinata" per benino e subito dopo di corsa dentro casa dove l'attendeva l'aria condizionata. Un sonnellino ristoratore per ... una vita da cani! 





















P.S.:
Il post, confezionato ed inserito l'11 agosto pomeriggio, chissà quale sfogo politico troverà in questi due mesi. Io confido soprattutto nel sig. Presidente della Repubblica che dovrà fare da argine ai "nuovi barbari" scesi dal Nord fin sull'estremo lembo della Penisola.




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 13/10/2019 alle 15:30 | Versione per la stampa


4 ottobre 2019

Ricordi lavorativi

Un bancario in S.p.e.





                         Ho voluto lasciare traccia del mio passato lavorativo alle dipendenze di un primario Istituto di Credito; memorie già pubblicate su questa pagina, ma a puntate.

                              Ora Vi delizierò (?) con una lettura senza "interruzioni pubblicitarie"; tutta di un fiato? Dipende dalla resistenza/curiosità del lettore.

"

Un bancario in S.p.e.



Luigi Misuraca


Un Bancario in S.p.e.

Pane, libertà e … Sindacato


Dicembre 1969, giorno 12, ore del tardo pomeriggio: si potrebbe dire che la mia entrata in B.N.L. sia stata esplosiva.

In Via di S. Basilio n. 19, Roma, presentavo i documenti richiestimi, dopo la prova di concorso, per l’assunzione presso la Banca Nazionale del Lavoro.

Il lettore, se disattento, sappia che aveva inizio - in quella data - la stagione del terrorismo. La Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano (con strage), l’Altare della Patria nella Capitale (con danni alle cose) ed il sottopasso della citata B.N.L. (con feriti), in Roma, sono stati i primi tre obiettivi, quasi in contemporanea, del triste periodo che ha visto soccombere la Ragione.

Era da poco esplosa la bomba, nel tunnel pedonale che collega gli edifici adiacenti della Direzione Generale, siti nella citata zona con ingresso principale in Via V. Veneto, ed era un caos: sirene urlanti, frammenti di vetro dappertutto, ambulanze, gente impaurita e sbigottita, danni all’immobile, bancari feriti, ecc….

Pieno di speranze ed illusioni, soddisfatto per aver superato la prova di concorso con risultati brillanti, pochi mesi prima, appena ventiduenne ed ancora sotto le armi, in servizio di leva quale Sottufficiale di Marina (congedo in data 19 dello stesso mese), già sposato e con un figlio in arrivo, tutt’altro che “bamboccione”, non pensavo che alla consegna della documentazione. Così il mio ingresso in Banca; era un presagio della turbolenza che avrebbe accompagnato la mia presenza lavorativa nell’Istituto al quale devo molto, tutto!

Fin dalla tenera età sono stato vivace, critico, polemico, tenace, senza paura, educato con sani principi che, però, non lasciano spazi ai compromessi, disposto ad ogni ragionamento ma inflessibile sulle questioni di principio. Insomma: un corretto“rompiscatole”.

Gennaio 1970, giorno 7, la data dell’assunzione presso gli Uffici della Direzione Generale - Servizio del Personale, Ufficio Relazioni Aziendali -. Relativamente fresco di studi, effettuati sino alla Scuola Media Superiore in Siderno (R.C.) prima del trasferimento nella città eterna - dopo aver conseguito (estate 1965) con la media dell’otto il Diploma di Ragioneria ed aver sostenuto dieci esami universitari presso la Facoltà di Scienze Economiche e Commerciali in Roma (tre borse di studio universitarie vinte, la prima delle quali fruita quale ospite della Casa dello Studente in Via Cesare de Lollis), mi sono ritrovato a lavorare in banca. Massima aspirazione di allora, giustificata dalle retribuzioni del momento, anche se destinato in Settore che poco aveva a che fare con l’attività specifica del Credito.

Giorno 27, prima retribuzione e nascita dell’erede, un segnale inequivocabile di quale destinazione avrebbero avuto le Uscite, negli anni a venire, rispetto alle Entrate di Cassa.

Quale militare, avevo servito la Patria per circa due anni in Settore amministrativo ed in divisa da Furiere presso Navalcostarmi - Ministero della Marina -, la qual cosa mi fu utile per apprendere come le Aziende abbiano necessità di strutture logistiche per la gestione del personale con tutte le implicazioni connesse. Tutto ciò che aveva attinenza con le agevolazioni al personale e similari, passava per l’Ufficio Relazioni Aziendali in B.N.L..

Dotato di spirito di intraprendenza ebbi la fortuna di lavorare sotto “istruttore” di rara professionalità , ottima metodologia, doti umane non comuni, al quale devo molto della parte positiva del mio essere bancario. Io, Impiegato di 1^ Categoria ed il Capo della stanza Segretario (il primo gradino della carriera iniziata nel 1961 dal mio istruttore, laureato in Giurisprudenza; questo per far comprendere la difficoltà di carriera di allora), ci occupavamo di Befana e Colonie per i figli dei dipendenti, Soggiorni Estivi e Montani per i più grandicelli ed anche di Manifestazioni Sportive alle quali l’Istituto partecipava (Campionati vari, Giochi del Banesto, Tornei, ecc…), Borse di Studio, Premi dei 25 e 35 anni di servizio, Omaggi di fine d’anno per i dipendenti, Punti di Ristoro interni, Anticipazioni e Mutui al personale, organizzazione degli Ambulatori Interni e rapporti con le Strutture Sanitarie dell’E.N.P.D.E.P., Mense Aziendali, ecc….

Banesto era la sigla della grande Banca Spagnola che ogni due anni ospitava le Olimpiadi dei bancari, inclusi tra gli atleti,  i figli di questi. Si organizzavano le squadre di calcio, nuoto,pallacanestro, ecc… potendo contare su campioni del calibro del Boscaini in acqua, per esempio, e si doveva provvedere a tutto; dalle divise, quindi sartoria, alle più minute esigenze che bisognava fossero previste.

Altra cosa era poi il Campionato Europeo tra Bancari per lo Sci (Sky Meeting) che veniva organizzato a rotazione tra le Banche ABECOR ed al quale partecipavano anche ex atleti di livello internazionale che venivano assunti, a fine carriera agonistica, dai vari Istituti di Credito per primeggiare nelle competizioni.

Tornei di Scacchi, di Bridge, con il contorno di pubblico chetali avvenimenti richiamavano anche per la partecipazione di Campioni ed ex delle varie specialità.

Per il Tennis eravamo all’avanguardia, specialmente nel settore femminile per il quale avevamo assunto personaggi di spicco a livello nazionale, giovani atlete che avevano accettato le lusinghe della Banca e poi inserite nell’organico dell’ufficio; le bacheche dell’Istituto traboccavano di Trofei in tutte le specialità sportive alle quali si partecipava in ogni parte dell’Europa.

Non tutto ma di tutto ed è così che ho potuto mettere a frutto la mia voglia di “creatività”, poiché, in alcune attività mancavano i precedenti ed occorreva letteralmente inventare molte cose. Mi trovai alla prese anche con i giocattoli residui della Befana appena trascorsa; inventario delle rimanenze, catalogazione,ecc…. Ritornai, per un poco, bambino; non avevo mai visto - da piccolo - giocattoli così belli e costosi ma avevo poco tempo per rimpiangere i tempi trascorsi. Il lavoro era tanto e si passava da una incombenza all’altra senza respiro, l’attività prevedeva il rientro pomeridiano dopo intervallo lungo; si usciva, quando presto,alle 19.00 ed al rientro a casa, dopo circa un’ora di tragitto, non si riusciva a studiare - almeno come ero abituato a fare - e fu così che, poco a poco, anche per le restanti incombenze di famiglia, mi allontanai dai libri di scuola per tuffarmi nella carriera!

Si organizzarono, estate anno 1970, per l’ultima volta, le Colonie ed eccomi intento ad avere intorno una miriade di bambini da“preparare”. Elenchi aventi diritto, domande dei richiedenti,vestiti, viaggi, attrezzature varie, medico ed accompagnatori al seguito, ecc….

Poi i Soggiorni Montani per i più grandicelli (solo maschietti dai 12 ai 14 anni) con i problemi più grandi. Visita alle località ed alle Strutture utilizzate per le necessarie verifiche. Compiti di responsabilità che ho sempre assunto senza alcun tentennamento come il rientro da Riccione, il 31 luglio dell’anno di assunzione, con treno speciale ad hoc, dalla Colonia marina colà soggiornante.

Nel citato anno iniziava la trasformazione delle Commissioni Interne in Circoli Aziendali. Lo Statuto dei Lavoratori, art. 11, era chiaro in merito e si venne materializzando l’attività che poi ha caratterizzato molta della mia “professionalità”, almeno per la prima parte della carriera. Sempre dalla parte del Diritto e della Legge, per incarico riservato e “segreto”, verificavo, anche, la stesura dei verbali del Cral di Roma, al quale, in qualità di Consigliere di nomina Banca, partecipava il Preposto al citato Ufficio. Attento alle più piccole sbavature rilevai, per citarne solo una, nella prima stesura del bilancio del Sodalizio in parola, l’assenza della voce relativa all’accantonamento per la Indennità di Liquidazione per il custode - unico dipendente diretto del Cral -. Il Consigliere fece la sua bella figura rimproverandone l’errore macroscopico. Indicò il mio nominativo per la “paternità” della scoperta ed iniziarono i guai.

Mi accorsi in ritardo, inguaribile ottimista, di essere utilizzato come la zampa del gatto quando si vuole togliere dal fuoco la castagna cotta! Infatti, esaminavo con attenzione estrema ogni particolare del Cral, lavoravo con la massima precisione possibile,dedicando ogni “respiro” alla Banca perché il mio “Io” mi ordinava così. Mi attiravo ogni antipatia dai gestori della Struttura - parte di nomina Banca e la maggioranza eletta tra i lavoratori - che male digeriva la mia opera di “controllore”,quale ordinatami, con incarico riservato e segreto (?). Fu così che un bel giorno chiesi al Preposto all’Ufficio: ”Devo vedere oppure sorvolare su alcune cose?”; la replica mi venne data con un :”Devi vedere e non vedere, insomma devi essere meno preciso”. Da quel momento dedicai minori attenzioni ad un compito che non mi era riconosciuto ufficialmente ma che svolgevo per cortesia d’ufficio.La “frittata” era, però, già fatta e le relative conseguenze(fatti il nome e …) hanno inciso sui restanti anni di permanenza in Banca; ma chi nasce quadrato non può ….

Nel tempo libero da incombenze dirette della mia stanza, non vene era per persone “normali”, ma lo trovavo ugualmente perché ero veloce nel procedere lavorativo tant’é che subivo le frenate del Capo il quale mi richiedeva “per il giorno dopo” alcune attività, mi davo da fare rendendomi disponibile per altre stanze. Eccomi alle prese con le Anticipazioni a favore del personale. Straordinario anche il sabato mattina (la famiglia cresceva e così anche le spese e poi c’era la carriera in agguato). Lavoravo, però, troppo e senza ritardi e così creai altre antipatie dei colleghi dell’altra stanza ai quali prestavo la mia opera. Costoro frenavano, creando molto fumo e …. Non mi cercarono più per l’aiuto prima reclamato, perché davo fastidio, ero “anormale”.

Anno 1971, vedeva la luce il primo Contratto Integrativo che seguiva la stagione turbolenta del rinnovo contrattuale dopo l’autunno del 1969. Nascita del “numerico” per la progressione di carriera, fino allora lenta e gravosa nel procedere, e per i dipendenti della Sede Centrale, spesso in poche unità, per attività specifica lavorativa con diretto riferimento a Funzionari e Dirigenti(allora vere autorità), venne prevista la “lettera 2G”. Dalla data di adibizione all’incarico di certa responsabilità, con diretta collaborazione con le citate qualifiche direttive, si passava a Segretario, poi - dopo un anno - a Vice Capo Ufficio, indi - dopo cinque anni - a Capo Ufficio. Era una progressione rapida per quei tempi allorché a Funzionario, i pochi eletti, arrivavano alle soglie della cinquantina; salvo le “eccezioni”, ma veramente tali. Avanzamenti qualitativi i “2G” che sanavano lo sconcerto del“numerico” non applicabile in D.G. per organici ridotti per specificità, come prima chiarito.

Venni, però, trascurato poiché la mia posizione fu utilizzata per raggruppare più stanze, far affiorare il “numerico” del quale beneficiarono altri colleghi, più anziani e più “graditi”al Capo che applicò il gioco delle tre carte. Già allora ero denominato il “calabro” per la mia inflessibilità e certa“durezza per coerenza comportamentale” nel lavoro. Non mi lamento ora di quel momento di contrarietà, poiché nel 1974, successivo rinnovo dell’Integrativo, ottenni il riconoscimento (so ubbidire ma  a testa alta e senza rinuncia ai principi ai quali dedico ogni attenzione) della “lettera” citata ed iniziai la scalata alla carriera.

Segretario nel 1974, e, dopo un anno, promozione a Vice Capo Ufficio, con il Capo stanza promosso, più che meritatamente, Funzionario. Sempre alle prese con attività che di specifico bancario avevano poca attinenza, ma il Servizio del Personale richiedeva anche di questi “sacrifici”.

Invero, dopo l’entrata a regime del numerico, vi fu il tentativo del Preposto all’Ufficio, già Dirigente, di farmi destinare presso la Struttura del Cral, ove, a capo di 5 elementi, mi sarei potuto fregiare del grado di Capo Ufficio in anticipo rispetto al procedere del “2G”, abbreviando la maturazione dell’avanzamento. Potete immaginare quale muro si alzò contro la mia presenza in luogo ed attività lavorativa che doveva sfuggire a molti controlli. La mia dedizione all’Istituto era, quindi,“beneficiata” da molti veti insormontabili da parte di Sindacalisti prestati al dopolavoro, quali eletti dai lavoratori.Sempre ottimista non ho mollato!

Anno 1978, la Banca edifica - su terreno avuto in omaggio da uno dei Fondatori dell’Istituto - il Centro Sportivo di Via Marco Polo.Gioiello, tuttora esistente, inserito nel contesto urbano della capitale. Il Preposto all’Ufficio dichiara, nel corso di una riunione con altre Strutture della Banca, di essere pronto per la gestione del Complesso. Bugia che comportò la mia permanenza di più giornate presso la omonima Struttura del Banco di Roma per “rubare”loro il mestiere e preparaci alla bisogna. Relazioni, documentazione necessaria per la normale amministrazione, modulistica e specificità per la gestione di impianti, attrezzature ed attività sportive, hanno occupato le mie giornate di inizio luglio 1978.

La mia tenacia, i ricordi di gioventù quale nipote di co-fondatore dell’Ymca in Italia e frequentatore di Impianti Sportivi da sempre, nonché la poliedricità del mio Mentore, hanno scongiurato che la menzogna si materializzasse; compimmo il miracolo e fu così che mi ritrovai ad essere interfaccia nella gestione del Centro Sportivo. La Banca nominava il Responsabile del Complesso che ne doveva assicurare il funzionamento tecnico/amministrativo ed il Cral indicava il Direttore Sportivo che ne avrebbe curato le attività ludiche. La dicotomia generava dei problemi quotidiani che si risolvevano con compromessi e concessioni che, però, venivano alla luce allorché mi recavo in loco per ispezioni/verifiche ad hoc. Documentavo le anomalie, per dovere d’ufficio, e le antipatie subivano dei picchi, in aumento. Ero, però, pago del dovere compiuto e tiravo dritto per la mia strada.

Anno 1980, é completato il Centro Sportivo di Riano, complesso faraonico ( 44 ettari dei quali 11 attrezzati con ogni possibile struttura: due campi di calcio, pista per l’atletica, due piscine delle quali una olimpionica con sfioro alla finlandese, sei campi di bocce, pista di pattinaggio, 11 campi di tennis - compreso il muro per l’allenamento - palestra, ecc…) fuori Roma ed emerge la necessità della indicazione del Responsabile per la Struttura.

Oltre le attrezzature prettamente sportive vi erano quelle di contorno, quali centrale elettrica con cabina di trasformazione, impianti di riscaldamento vari, gruppi elettrogeni, smaltimento acque scure; insomma una vera cittadella dello sport autonoma e complessa.

Avevamo predisposto tutto il necessario per la gestione, ma la persona prescelta, che si era recata sul posto per una presa di contatto, rientrò in Roma, “spaventato”, rifiutando la destinazione e la scelta cadde sull’allora Responsabile di Marco Polo (Funzionario) il quale, però, non avrebbe potuto attendere al gravoso compito con impegno di responsabilità in solitaria.

Il Direttore dell’Ufficio se ne rese conto,informò sulla necessità il Direttore del Servizio del Personale, in data 31 luglio, e, come ovvio, cadde sulla mia persona l’incarico di Sostituto per la gestione del Centro Sportivo di Riano, conspecifica attribuzione di compiti di tutela del patrimonio aziendale. Avevo dedicato molte ore della mia attività alla parte amministrativa per l’avvio del Complesso ed il premio fu lo sconto di 5 mesi per il passaggio a Capo Ufficio (trentatrè anni di età). Presi servizio, quale Vice Direttore (qualifica, non grado), a Riano il 1° agosto del 1980.

Avevo completato la carriera impiegatizia ed il giorno dopo il mio arrivo, preceduto da intenso lavoro preparatorio dalla Sede Centrale per le necessità del caso ma senza il minimo sospetto di destinazione colà, in data 2 agosto 1980 (sabato), iniziò l’attività del Complesso. Per gli amanti delle coincidenze è il caso di far rilevare la data citata quale altra determinante per il terrorismo: strage alla stazione di Bologna; ma è solo un riferimento temporale, converrete con il sottoscritto, incolpevole e sempre innocente relativamente all’attività di destabilizzazione cruenta del Paese. Turbolento sì, io, ma non fino a quel punto!

Era il trampolino (invero unica attrezzatura mancante nel Complesso Sportivo) per il passaggio a Funzionario; meta ambìta, di prestigio ed apprezzabilissima sotto l’aspetto economico. Testa bassa e continuare a pedalare. L’orario ufficiale di lavoro era dal martedì al sabato - ore 9.30/18.00 - ma alle 7.30 circa ero già in servizio e la sera tornavo tardissimo a casa (21.00/22.00 ed oltre).La responsabilità era tanta, domenica lavoravo (lunedì mattina talvolta in Sede per le necessità operative e le incombenze gestionali del Centro). Ogni tanto tre ore retribuite in straordinario, senza recupero, nei primi mesi. Insomma era la mia una presenza costante ed assillante per le incombenze del Ruolo ed il personale colà in servizio non dimenticherà facilmente la mia“ombra” che, però, ha dedicato molte attenzioni anche alle loro necessità. Impiegati, Operai, giardinieri, pulitori, Ditte in appalto, forniture varie, ecc…. Anni bellissimi che ripercorrerei tutti se non per l’abbandono della famiglia che mi vedeva, sempre di corsa, e per lungo tempo solamente nei fine settimana, quando frequentava Riano per utilizzare il Complesso, in veste di utente.Moglie e figlio sportivi; la prima allenandosi per le tante competizioni di Maratonina vinte in aggiunta ai Campionati Laziali Amatoriali su pista in più specialità, il pargolo praticando Calcio in Categorie giovanili (Esordienti), Basket, Tennis, Nuoto, ecc….Ricchi palmares per entrambi, veri sportivi mentre io in attività  fisica solo con gli impegni di lavoro dedicati allo Sport.

Un dettaglio farà comprendere lo spirito di servizio che caratterizzò quegli anni: soprannominato Speedy Gonzales, ero in predicato per essere omaggiato di un paio di pattini. Nulla sfuggiva alla mia curiosa attenzione lavorativa, non pensavo ad altro e sempre dalla parte della Banca. Subivo spesso il tentativo di linciaggio lavorativo dai colleghi della Direzione Sportiva - emanazione del Cral - che avrebbero gradito trasformare il luogo, per me pur sempre Banca, in qualcosa di privato con discutibile fruizione arbitraria.Il “calabro” non demordeva, i Superiori lo sapevano e ne erano ben contenti, poiché la Struttura, confinante con il “biondo”Tevere, era un vero gioiello per la bontà della manutenzione ed oggetto di “pellegrinaggio” anche dall’estero per la verifica della qualità e rispondenza della gestione alle varie normative, tutte e tante per gli Impianti di certa complessità. Eravamo presi ad esempio in Italia e da fuori del Paese, motivo di tanto orgoglio aziendale e personale.

L’inaugurazione ufficiale del Complesso fu un avvenimento che ci impegnò moltissimo e la cena nella Club House, con vista sulla piscina, si chiuse con una girandola di fuochi d’artificio lungo il perimetro esterno della vasca olimpionica. Spettacolo pirotecnico,congegnato a mo’ di cascata d’acqua, che fece rimanere a bocca aperta i tanti invitati di lignaggio presenti alla cerimonia, durante e dopo la quale gli elogi si sprecarono quali indirizzati al merito del Direttore e del suo Sostituto (io).

Campionati italiani dei bancari nelle varie discipline, squadre di calcio di serie A, la Nazionale giovanile di Calcio, la Nazionale di Nuoto, quella di Nuoto Sincronizzato, Tornei vari ad altissimo livello e poi la Festa degli Anziani di Banca,ecc…; è impossibile elencare tutte la manifestazioni che davano ancor più prestigio all’Istituto oltre quello conquistato, in primis, nel Settore Finanziario. Per tutte valga l’ultima occasione di grande sport con il Torneo ABECOR di pallacanestro. Le più grandi Banche Europee a competere tra di loro con il Basket.

Organizzare dalla A alla Z, ed oltre, un simile Campionato Europeo, maschile e femminile, fu un’avventura entusiasmante.Abbiamo pensato a tutto e, quando dico tutto, non escludo alcunché;anche per il tabellone della palestra, che era in cristallo,prevedemmo (pluralis maiestatis) la possibile rottura, tra lo sconcerto del geom. Dell’Ufficio Tecnico che oramai ci seguiva in ogni iniziativa senza alcuna reazione se non di approvazione. Non solo, anche un operaio venne fatto stazionare in zona, con le chiavi inglesi per la possibile sostituzione del piano di rimbalzo della palla in rete con altro di riserva, acquistato per l’occorrenza.Esperienza insegna e fu così che, alla rottura di uno dei tabelloni- per una fase di gioco con violenta schiacciata in rete - si pose rimedio in pochi minuti alla sostituzione per un Torneo che aveva ritmi elevati di svolgimento, concatenati l’un l’altro.

Prevedere quanto difficilmente pensabile è bravura ed in quella occasione mi presi molte rivincite sui “miscredenti”. Successi“professionali” tanti che mi facevano dimenticare le lotte intestine con la Direzione Sportiva, talvolta disattenta alle necessità della Banca e della Struttura di Riano e sempre pronta a cercare di sostituire il mio Ruolo.

Quante belle iniziative compresa “La notte delle Stelle” con la premiazione, a cura dell’allora Presidente della A.S. Roma Calcio, di Ancelotti - anno 1983, quello del secondo scudetto - ed il sottoscritto tra gli omaggiati dal Dr Viola, Presidente della Roma.

Poi c’erano le competizioni ufficiali alle quali le squadre di Calcio del Cral partecipavano ”calpestando” un campo in erba, regolamentare da Serie A, che era meraviglioso e tecnicamente perfetto.

Gli impianti erano richiesti in utilizzo anche per particolari manifestazioni alle quali la Banca forniva il suo consenso ed ecco la Pallacanestro tra diversamente abili, le partitelle di calcio o gli allenamenti della A.S. Lazio, le partite amichevoli tra Carabinieri in servizio ed in quiescenza della Compagnia di Monterotondo - con annessa rissa in campo sedata con la minaccia di richiesta di intervento della Polizia -, ecc….

Moltissima attività con la Direzione Sportiva che continuava, però, a brigare e fu così che il Responsabile del Centro venne sostituito dal Direttore Sportivo il quale puntò anche sul mio incarico a vantaggio di suo pupillo; ma fallendo il bersaglio. I Superiori sapevano di poter contare sulla mia “dedizione” alla Banca ed io, superato l’ostacolo con accordo di non belligeranza sottopostomi, a quel punto, dal “nuovo” “vecchio” arrivato, ho potuto continuare a lavorare “tranquillo”, distaccato di giorno e, spesso, di notte in quel di Riano. L’accordo reggeva ed il Preposto, constatate direttamente le mie qualità di servizio, mi dette mano libera sulle competenze tecnico/gestionali del Complesso impedendo ogni ostilità in loco, quale precedentemente a me rivolta,e facendo da scudo a piccoli ”rigurgiti” dei detrattori. Quandosi lavora, apprezzati, in attività consona non si avverte la fatica e tutto è più facile. I risultati, poi, sono il coronamento del riconoscimento della bontà nel raggiungimento degli obiettivi e, nel 1982, ottenni il premio in danaro per la mancata promozione a Funzionario, in occasione del cambio della guardia di cui prima detto.

Era il preludio del passaggio che mi fu comunicato, l’anno dopo, in anteprima, dall’allora Direttore del Servizio del Personale, per le vie brevi, con decorrenza agosto 1983. Dopo tredici anni di servizio, a soli 36 anni, avevo raggiunto un traguardo ambito e con certa facilità temporale. Il resto era tutto dietro le spalle.

Le favole belle hanno scarsa durata ed ecco Adriano Panatta, sì proprio lui, presentarsi per rilevare, per conto della Federazione Italiana Tennis, gli Impianti che, nel frattempo ed a causa della loro onerosità di gestione, la Banca aveva deciso di cedere al C.O.N.I.. Ricoprivo all’epoca il ruolo di Responsabile del Centro Sportivo poiché il predecessore era rientrato in Sede per occupare il mio incarico di provenienza. Così vanno i giochi, e la partita va giocata con le carte disponibili in mano.

Dopo pochi mesi passo il testimone del mio Ruolo alla Direzione Sportiva, per una Struttura in disarmo e smantellata dopo pochi mesi,e rientro in Sede quale Vice del Preposto alle Anticipazioni al Personale. Come avrei potuto convivere con persona che tentò di danneggiarmi all’inizio della carriera, anche per altri episodi ora tralasciati, senza mie colpe se non il lavoro da “anormale” e la completa dedizione all’Istituto?

In quel frangente ci fu una novità che accettai per la decisione della Banca di affidarmi l’incarico di Sindaco Revisore,di nomina dell’Istituto, presso la Struttura del Cral (compito di natura tecnica con designazione non priva di matrice politica) con obiettivo: fare “pulizia” per quanto di irregolare si supponeva potesse esserci nella gestione del Sodalizio.

La mia presenza e partecipazione al N.A.S. (Nucleo Aziendale Socialista), Struttura con colorazione politica in Azienda, al pari di restanti a rappresentare i Partiti storici della Prima Repubblica,mi aveva fatto il “regalo” così come in precedenza la designazione - in una precedente occasione - quale Rappresentante dell’Istituto nel Comitato Elettorale che doveva curare le votazioni nel Cral. Tutti incarichi gratuiti, si badi bene, ma onerosi dal punto di vista dell’impegno, che esponeva la mia onestà intellettuale ad ogni genere di attacchi da terzi e dai Compagni di azione. Attività gratuite nella colonna delle Entrate, per mia scelta di vita, ma onerosissime per le Uscite per le conseguenze che ho sempre pagato perché pulito e non ricattabile. “Questo chi lo controlla?”, si chiesero, sbigottiti ed impotenti, l’ un l’altro i Compagni, in riunione alla presenza di collaboratrice del Presidente della Banca. Anche Ella con il freno a mano tirato,davanti alla mia inflessibilità sulla necessità di interessare la Procura di Roma su anomalie gestionali del Sodalizio Cral, nell’ambito dell’autonomia e responsabilità per l’incarico ricevuto da Istituto di Diritto Pubblico (allora); cosa poi avvenuta,durante il secondo mandato, con iniziativa supportata dal Membro del Direttivo della mia stessa corrente politica. Indubbiamente, entrambi Uomini “liberi”, ispirati al Socialismo lombardiano di rigore morale.

La prima seduta del Comitato Direttivo, con invito esteso ai Sindaci, è da raccontare, anche se non posso, di certo, mostrare l’espressione facciale del Presidente in quella circostanza. Mancava, sul tavolo della Riunione, il Libro dei Verbali per la necessaria stesura del testo delle delibere da assumere ed, alla mia richiesta affinché il documento fosse messo immediatamente a disposizione del Segretario, vi fu il panico - non si usava, sic! -ed iniziarono gli scontri, minuziosamente relazionati all’Istituto oltre che riportati sugli atti del Cral.

La mia opera, supportata da uno dei Membri del Comitato Direttivo, anch’egli di nomina dell’Istituto ed appartenente alla stessa corrente politica, fu martellante e dedicata all’obiettivo assegnatomi finché il Direttore Generale della Banca ventilò e minacciò l’invio degli Ispettori, per la verifica della regolarità contabile del Cral. Ciò in considerazione dei fondi assegnati dalla Banca, a quel tempo Istituto di Diritto Pubblico e quindi con ipotesi di “distrazione di fondi” se non utilizzati in ossequio alle delibere di destinazione degli stessi. Giro di affari/spese per circa due miliardi di lire a Bilancio, se non rammento male.

Preparata la strada, per provocare un salutare scossone, mi dimisi dall’incarico, fece altrettanto il collega del C.D. e gli Amministratori decisero di ritirarsi tutti; si andò a nuove elezioni per il rinnovo delle cariche elettive.

La Banca aveva congelato i fondi nell’attesa e, ad elezioni avvenute con rimpasto e nuovi innesti degli eletti, confermò me ed il collega negli stessi incarichi di propria nomina e competenza. Il Direttore del Servizio del Personale fu più esplicito questa volta:” Noi attendiamo da voi, Membri Banca, e da lei, in particolare (io per il lettore), che è il Sindaco Revisore, il ritiro delle anomalie emerse per la passata gestione prima di scongelare i fondi dell’Istituto”. Investitura chiara e con obiettivi indiscutibili, e chiari.

Continuammo - anno 1985 - l’operazione “mani pulite” (noterete l’anticipo temporale rispetto agli avvenimenti che avrebbero, poi, caratterizzato la politica italiana), ma nel frattempo qualcosa era mutato in B.N.L.. Il Direttore Generale era stato sostituito nell’incarico e l’entourage del Presidente fece quadrato intorno al Cral a difesa di costoro.

Nel Collegio Sindacale avevo, intanto, assunto la carica di Presidente.

Trascuro i particolari che ci costrinsero a rendere una “segnalazione” alla Procura della Repubblica di Roma perché l  vie del Signore sono infinite e furono percorse tutte, dai nostri avversari, per scongiurare il pericolo che affiorasse quanto da noi evidenziato di irregolare nella gestione del Cral.

Ero da poco stato - nel frattempo - destinato ad altro incarico, per desiderio soddisfatto, poiché la convivenza era risultata impossibile con il Superiore che non stimavo per nulla affatto, in altra Sede e colà ero stato avvicinato da un Sindacato (Sindirettivo, aderente alla Federdirigenti - CIDA) perché assumessi il ruolo di Rappresentante Sindacale Aziendale (R.S.A.); cosa che avvenne ed iniziai l’attività specifica in aggiunta al lavoro da Funzionario addetto alla Sicurezza del Centro Elaborazioni Dati. Di fatto l’Ufficiale di picchetto per tutto il Complesso, in turni con altri colleghi; non ho gradito la previsione dei turni festivi, non c’era traccia contrattuale al riguardo per la qualifica alla quale appartenevo, ho fatto valere le mie ragioni e la convivenza colà è durata poco tempo. Trasferito in Via V. Veneto, nuovamente, prima che potesse essere avviata la turnazione festiva da me eccepita eb loccata per come poi osservata da “volontari” alla bisogna.

Ma torniamo a quel periodo ed al Sindacato del Personale Direttivo poiché, durante il Congresso della Struttura in Rimini fui indicato anche quale Consigliere Nazionale della Delegazione Aziendale B.N.L. e mi tuffai nel compito di Sindacalista, ancorché del Personale citato. Il Presidente della Federdirigenti-CIDA era un nostro Dirigente B.N.L., Segretario del Consiglio d’Amministrazione della B.N.L., ed in tale veste assistette, impassibile alla stesura del verbale del C.d.A. dell’Istituto dal quale risultò che un Revisore dei Conti del Tribunale di Roma aveva verificato la contabilità “a campione” escludendo qualsiasi anomalia. I denunciati avevano lavorato su due fronti, con l’ausilio di appoggi interni. L’inchiesta venne chiusa dopo aver acquisito la relazione del Revisore.

Il danno e la beffa confezionata per coloro che, gratuitamente avevano lavorato nell’interesse dell’Istituto perché con nomina del Direttivo del Cral, un Revisore dei Conti iscritto all’Albo dei Tecnici del Tribunale di Roma, che ha ricevuto incarico retribuito dai denunciati, ha verificato la contabilità “a campione”. Il Revisore ha poi ricevuto mandato di verifica, retribuito, dei Bilanci successivi del Cral. Non ci rimase che rassegnare le dimissioni dal Sodalizio ed io anche dal Sindacato che non aveva difeso il mio ruolo. Ogni altro commento è superfluo poiché anche il lettore più sprovveduto, ma dotato di un pizzico di fantasia, ha compreso bene,la sequenza degli avvenimenti che poi sfociarono, in grande stile e con altre dimensioni e coinvolgimenti, nel 1992. in altre Sedi, nel ripulisti per la Prima Repubblica.

Le mie dimissioni dall’incarico nel Cral, sono state accolte dopo svariati mesi dalla Banca che, aveva però nominato altro collega il quale, improvvidamente, ha firmato il Bilancio del Cral, ancora al momento sub iudice; tutto era stato messo a tacere. In quella occasione, “postuma”, la nota del Presidente dell’Istituto, mi comunicava i ringraziamenti personali ed a nome della Banca per l’opera prestata.

Ci ritrovammo con il Big, anni dopo, durante la presentazione del suo libro “Banchiere di Complemento”, presso la sede della Stampa Estera in Roma, ed egli, in compagnia di un ex Presidente della Camera dei Deputati (Bertinotti), che conobbi nell’occasione ,non più Presidente B.N.L il primo., ma Deputato e poi Ministro della Repubblica, ebbe parole di elogio per me.

La superiore Ragion di Stato, pardon Banca,aveva prevalso sulla Verità.

Si conclude il primo tempo della storia; “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.




Chiesi destinazione in altro Ufficio e fu così che approdai alla Tesoreria della Direzione Generale, poi riunita - con l’Ufficio Banche e l’Ufficio Titoli - nell’Area Finanza;incarico pieno di incognite per me, stante la professionalità fino ad allora maturata.

Testa bassa e pedalare! Funzionario mi ritrovai con tabulati dei quali poco comprendevo. Gli Operatori di Tesoreria, a lato, vendevano e compravano denaro attendendo alle necessità di Liquidità dell’Istituto. Spolverai i ricordi scolastici, pochi e vetusti e mi tuffai in quella attività che trovai congeniale. Levantino di nascita e, forse, di mentalità, mi avventurai in un Mercato, seppur Finanziario, che mi affascinava ed attraeva.

Iniziai le prime trattative in un Mercato che presentava una forbice molto aperta sui tassi. Si passava dallo 0,50% (interesse chela Banca d’Italia riconosceva sulle giacenze “infruttifere” a fine di giornata sul Conto di Gestione nostro presso di essa) a tassi ben oltre il 10%, con punte più elevate e di molto, nei momenti di tensione e carenza di Liquidità, ovvero quando l’Istituto di Emissione chiudeva i cordoni per regolare l’inflazione.

Correva l’anno di grazia 1984, che stava per chiudersi, ed iniziava la mia avventura di Operatore di Tesoreria. Ogni notizia economica, politica, di natura sociale, ecc…, era “ascoltata”,prevista - per quanto possibile -, e valutata nell’ottica dei tassi di Mercato che subiscono oscillazione ad ogni stormir di fronda;almeno così era all’epoca, senza B.C.E. e con inflazione galoppante.

Ogni mattina si verificava la Situazione di Tesoreria, rispetto a quella della sera prima; si valutavano le novità; i Pronti contro Termine di Finanziamento o di Impiego, lanciati dalla Banca d’Italia- che così disciplinava il Mercato orientando il tasso degli Overnight e delle altre operazioni di Tesoreria -; si impostava la strategia dell’Istituto sul breve e sul lungo periodo, adeguandola continuamente; ci si presentava alle altre Banche per le compravendite di denaro della giornata - sulle varie scadenze - e si operava prestando attenzione ad ogni notizia che potesse far variare le condizioni nel con testo nazionale ed internazionale. Si affinavano le capacità previsive e si raccontavano solenni bugìe, a tutto spiano. Chi ben mentiva operava al meglio per il proprio Istituto e,poiché eravamo menzogneri, il migliore era colui che la dava a bere con estrema naturalezza durante le trattative telefoniche con i Corrispondenti.

Tutto bene in quel periodo, mi ero inserito con “naturalezza”nel nuovo lavoro acquisendo rapidamente una “professionalità”specifica bancaria di certo spessore, considerato che il mio arrivo era stato apostrofato con: “Finora non hai mai fatto Banca!”

Il Direttore dell’Ufficio Tesoreria valutò positivamente le mie doti di tenacia, “combattività” nelle trattative, mentitore nell’interesse dell’Istituto, confermandomi nell’incarico e proponendomi per il passaggio di grado dopo circa due anni. Al momento delle promozioni, però, altra fregatura con scuse del Capo:”A luglio non ho potuto insistere più di tanto” (traduzione: prima i raccomandati), “ se ne riparla a settembre”.

Breve visita alla Madonnina in Milano, presso la Bocconi, per la frequenza di un Corso - Full Immersion - di specializzazione in Tesoreria, a cura e spese B.N.L. ed A.T.I.C. (Associazione Tesorieri Istituti di Credito), ed assaporai nuovamente, a pieni polmoni,l’aria universitaria, rammaricandomi di non aver chiuso il ciclo di studi relativi.

Nella attesa del “lieto evento” cambia il Direttore Generale (vuoi vedere che il tentativo di inviare gli Ispettori al Cral gli è costato il posto?; battuta del redattore) ed anche il Direttore all’Ufficio Tesoreria, Responsabile del Reparto nel frattempo riunito con gli altri prima citati nell’Area Finanza, viene “allontanato”.

Colui che sostituisce quest’ultimo è persona che apprezza le mie qualità professionali e ripropone la candidatura per l’avanzamento di carriera. La Banca si era in quegli anni dotata di un gruppo di elementi ”M.I.F.” (Master Intermediazione Finanziaria), imbottiti di notizie per ben due anni dopo l’assunzione con Laurea con il massimo dei voti. Dopo il corso interno, i colleghi in questione, per circa altri due anni hanno potuto frequentare tutto ciò che riguarda la Finanza della Banca e molti di loro, se non tutti, hanno lavorato al mio fianco. Feci da Maestro, li svezzai,insieme ai restanti colleghi del Reparto, alle trattative ed alle necessità pratiche della Tesoreria e del Mercato Interbancario. Dopo tanta teoria ecco la pratica, vicino ad un volpone di Tesoreria,quale ero solito definirmi, e le note di qualifica (nonostante il mio carattere “calabro”) erano ai vertici dei giudizi, vicine alla realtà. Molti successi e soddisfazioni, senza riconoscimenti tangibili, però, se non le proposte che trovavano realizzazione allorché a prima mattinata si chiudevano trattative per svariate centinaia, migliaia, di miliardi (lire) a tassi competitivi; si guadagnava per l’Azienda ed ero fiero di contribuire alla parte positiva del Conto Economico.

Si trattava anche l’Hot Money (denaro caldo o tasso Fiat)fornendo liquidità relativa ed indicazioni alle Filiali per le loro iniziative a favore di clienti di particolare riguardo; si decidevano i tassi per la partecipazione alle aste di B.O.T. ed altri Titolo di Stato; si definivano, adeguandoli, via via, alle mutevoli condizioni della giornata, i tassi per l’Interbancario, in acquisto e vendita.Insomma, si faceva Finanza a 360°.

Era una droga, oramai, quel “ Mercato” al quale la Banca aveva, però, deciso di destinare, con i gradi più elevati e con scavalco, i M.I.F.. Il giochetto si ripete: il Funzionario -procuratore con firma - ad operare nell’interesse dell’Istituto ed i nuovi arrivati (con gradi ancora del settore impiegatizio,preparati in teoria ma carenti di pratica) presenti alle varie riunioni dove si modificavano i sistemi lavorativi e si adeguavano le necessità al mutare dei contesti nazionali ed internazionali per le nuove procedure di Mercato. Massimo delle note di qualifica che non otteneva riconoscimenti con i premi in denaro, allora di recente istituzione; resistenze per il sostegno della promozione da parte del Preposto all’Ufficio, in contrasto con la sollecitazione del Dirigente dell’Area Finanza, ecc….

Arriva, però, la promozione mentre le distrazioni del diretto Superiore della Tesoreria, che mi apprezzava ma “tenuto al chiodo”,continuavano e così decido che era l’ora di levare l’ancora per altri lidi. Dopo un anno ritorno al C.E.D., però in Reparto di competenza dell’Ufficio Banche - altra branca della Finanza - con attività attinente alla mia preparazione, oramai di Banca e specializzata.

Trattavasi di Ufficio distaccato della Sede Centrale, colà ubicato, con due colleghi: il Responsabile, Vice Direttore, ed il Sostituto, un Funzionario mio pari grado ma con anzianità di servizio sulle spalle. In punta di piedi mi sono inserito tra due figure che da circa trent’anni lavoravano insieme in varie realtà,ma tutte similari tra loro; si può immaginare con quanta“delicatezza”.

Si lavorava alle dipendenze dell’Ufficio Banche ma per la Tesoreria; e sì che ne ho viste di stranezze in Banca, ma mi creai uno spazio ed un ruolo tutti miei.

Ho applicato le mie conoscenze in materia disaggi d’interesse intervenendo, presso tutte le nostre Filiali ad alto livello, con indicazione dei tassi di tenuta dei Conti Reciproci dei Corrispondenti. Anche dal Settore di provenienza, che interveniva sulle Filiali con messaggeria elettronica per sollecitare le opportune modifiche dei tassi di tenuta ogni qualvolta necessario,ricevevo richieste di indicazione per quanto stessi facendo, al fine di valutare più completamente il da farsi, e ciò lusingava la mia preparazione peculiare.

Entravo, poco alla volta, anche nello specifico di livellamento dei Saldi dei Conti Accentrati, oltre a quelli Reciproci, fornendo, con diplomatica discrezione, indicazioni operative ai due colleghi. Piena autonomia, insomma, in loco e dalla Sede Centrale, e direttive ai due colleghi - privi di cognizioni complete del Mercato - i quali erano soliti chiedere, per dovere d’Ufficio, lumi ogni mattina in Tesoreria.

Nel settembre 1992 va in pensione il Responsabile dell’Ufficio e così mi salvo da un tentativo, beffardo, che mi voleva di nuovo in Sede Centrale, stesso Ufficio di provenienza, senza avanzamento di grado, peraltro colà assegnato in mia “assenza” ad altro dipendente, bravo ma raccomandato. L’esodo del collega mi ha evitato una ulteriore fregatura.

A quel punto decido di riprendere l’attività sindacale iscrivendomi al Sinfub, una delle due Strutture che seguivano allora, specificamente, il Personale Direttivo, e sono eletto R.A.S. per la Unità Produttiva di appartenenza; poi anche Consigliere Provinciale.

Restiamo in due in stanza fino al maggio successivo, quando il collega - rimasto dalla “coppia” originaria - decide di lasciare anch’egli il lavoro. Io sono beneficiato di un premio in denaro e mi viene affiancato altro collega Funzionario sul quale eviterò ogni accenno perché è stato un periodo complicato sul piano umano per le difficoltà ad interloquire con lo stesso, provato da grave lutto in famiglia, a sua attenuante. La Banca aveva deciso di parcheggiare colà il “nuovo” arrivato, nell’attesa del suo pensionamento.

Lavoro, Sindacato ed Assistente Sociale, tutte attività che svolgevo con certa autonomia e soddisfazione, non riconosciuta nonostante le note di qualifica al massimo. Protesto con il Presidente dell’Istituto - per iscritto -, premettendo che non mi sentivo un mercenario, vivevo in modo soddisfatto per il traguardo raggiunto, ma …, aggiungendo, che un abbassamento delle note,conseguente alla protesta,  non avrebbe creato traumi alla mia persona. La cosa si verificò puntualmente, sul mio nominativo c’era una crocetta in Direzione Generale e la carriera si bloccò. Conto più salato non mi poteva essere presentato alla consumazione dei miei principi di vita, lavorativa e non.

Tetragono, ho, proseguito per la mia strada,modificando l’operatività, all’atto dell’assunzione completa dell’incarico per il Livellamento dei Saldi Liquidi, con adeguamento alle condizioni di calcolo del momento dei tassi di tenuta dei Conti Accentrati, senza seguire le indicazioni di massima,peraltro nel prosieguo mai più sollecitate all’Ufficio Tesoreria,del quale non condividevo la strategia gestionale. Non chiedevo lumi e non ero contattato in merito; informavo costantemente delle Entrate che ottenevo - per Cassa - dai Corrispondenti al fine di ridurre le esigenze di acquisti per Tesoreria sul Mercato della Liquidità (Interbancario); ogni trimestre inoltravo il rendiconto della gestione ed a fine anno il Bilancio con risultati di segno opposto ai precedenti, senza subire, ripeto, alcuna contrarietà al mio procedere, orale e/o scritta.

A fine anno 1993 respingo, per l’incarico di natura sindacale ricoperto, altro tentativo di trasferimento in Sede Centrale - sempre Tesoreria, ero in gamba evidentemente ma non mi si voleva riconoscere il grado, maturato a termini di Contratto di Categoria - ma vengo cooptato nella sfera di competenza dal Dirigente della Tesoreria dal quale ero “scappato” per divergenze professionali, diciamo così per brevità e per non citare ulteriori episodi sui quali avevo esternato le mie perplessità perché non in linea con i miei intendimenti lavorativi quali ritenevo consoni all’Istituto, oltre che per le frenate per la carriera delle quali ero fatto oggetto.

Anno 1995 il lavoro si dimezza, poiché la responsabilità sulla indicazione dei tassi viene assunta dalla Sede Centrale ed i relativi Conti Reciproci traslati sulle rispettive Filiali di competenza, suddivise per Settori. L’opera di smantellamento proseguiva senza soste. Sopravvivo quasi in solitaria perché da solo e sempre in piena autonomia gestionale continuo a perseguire gli interessi della Banca. Nel 1997 il collega “problematico” di cui prima viene destinato altrove e resto in perfetta solitudine, anche fisica, ad attendere al compito del Livellamento dei Saldi Liquidi dei Conti Accentrati; sempre con piena autonomia e mi ripeto perché è importante la sottolineatura. Trattavasi di spostamenti di denaro per oltre 100 miliardi di lire ogni giorno (anno 1998 per circa 15.000 miliardi, sempre di lire, annue) che comportavano utili direttamente sul Conto Economico dell’Istituto per gli interessi che maturavano su tali somme in giacenze, preferibilmente presso di noi che non altrove ed utilizzabili sull’Interbancario per le necessità di Liquidità della Banca.

Aprile 1999, vengo di nuovo reso oggetto di trasferimento, per motivi di organizzazione aziendale. Atto che,vigente la qualifica sindacale, evito ancora una volta; ma il lavoro mi é sottratto e portato in Sede ed io destinato ad alto incarico. Dopo pochi mesi l’attività rientra nell’ubicazione ove continuavo a prestare servizio, in altro Reparto, e ciò la dice lunga sull’atteggiamento di alcuni personaggi della Banca che oramai mi avevano, da tempo dichiarato guerra.

Non trovando sbocchi legittimi alla mia situazione lavorativa decido allora di rivolgermi all’Ispettorato, poiché ritenevo che qualsiasi anomalia nel lavoro andasse rapportata- estrema ratio - a coloro che ritenevo competenti. Chiedo ed ottengo colloquio riservato e parlo con un Ispettore il quale, poco a poco,entra nella questione ed inizia a “capire”. A fine seduta,preoccupato, mi chiede un pro-memoria, da non spedire però, e da consegnare direttamente a loro e, per conoscenza, al Direttore del Servizio, nel frattempo non più quello dal quale dipendeva il diretto Superiore con il quale ero in contrasto “ di ‘interesse’” per conto della Banca.

Così mi regolo il giorno dopo, ed al danno si aggiunge la beffa. Chiarisco. Passano alcuni mesi ed, al rientro da una riunione di natura sindacale in zona Via V. Veneto, decido di passare ad omaggiare dei miei ossequi il Direttore del Servizio, Struttura nel frattempo denominata “Area Finanza”, il quale mi consegna, ovvero tenta di consegnarmi una lettera di diffida perché avevo “cartolarizzato” troppo. Udite, udite, invece di entrare nel merito della mia segnalazione, ben tre Servizi - Personale, Ispettorato e Finanza - avevano deciso che dovevasi punire il ribelle, indipendentemente ed a prescindere dalla valutazione delle affermazioni documentate e gravi sulla gestione passata che si eccepiva. E pensare che attendevo al mio lavoro, quale assegnatomi,senza ritardi, ritagliandomi gli spazi anche per l’attività sindacale.

Era stato un mio atto di legittima difesa, poiché, in assenza di altri segnali avevo anche chiesto, invano, il placet del Capo dell’Area Finanza sul mio procedere lavorativo che cominciavo a dubitare potesse non essere valido. Non ho ritirato la lettera che mi è stata spedita a casa.

Da quel momento la guerra, non ancora dichiarata con invio di ambasciatori, era stata ufficializzata. Ho continuato a lavorare come prima ed a protestare con i dovuti strumenti che avevo a disposizione vedendomi rifiutata anche la via gerarchica per arrivare fino al Presidente dell’Istituto; il muro di gomma si era levato ancora più alto contro di me. L’amarezza era tanta ma altrettanta la voglia di non flettere le ginocchia.

Avevo lasciato, a diciotto anni e per motivi di studio, una terra infestata dall’ omertà e, per motivi di studio/lavoro, avevo messo radici al Nord, ove - ironia della sorte - ho scoperto un’altra “realtà”; quella che non fa “rumore” ma cerca di “zittire”, ugualmente, le persone oneste. Senza paura, more solito, non mi rimase che vestire i panni del Sindacalista, a tutto tempo, nella lotta per la sopravvivenza e per continuare nella“camminata” a testa alta.

Si chiude il secondo tempo della storia;”Puro e disposto a salire alle stelle”.




L’attività sindacale ha, così, preso il sopravvento nell’anno 2000 (maggio) allorché sono stato sollevato da ogni incarico lavorativo, inseguito dal Mobbing al quale ho reagito a modo mio. Ho dedicato, allora, pochi giorni alla stesura del presente testo, limitato a quella data ed oggi privato da alcune parti di disquisizioni tecniche sul lavoro di Tesoreria e sulle varie anomalie da me riscontrate e denunciate, prima all’Ispettorato e poi, coram populo, con l’invio dello scritto a tutti i Vertici Aziendali.

Mi sono sfogato per benino perché già da piccolo mi chiamavano “giggetto senza paura”, figurarsi da grande. Ci fu un po’ di trambusto, ma le consegne erano quelle del silenzio istituzionale. Così trascurato mi sono dedicato completamente all’attività sindacale ritrovandomi, nell’anno 2001, in aggiunta agli incarichi prima indicati, quale Membro Supplente dell’O.d.C.del Sinfub in B.N.L.; praticamente nello Staff che trattava con l’Azienda per la Sigla di appartenenza. In tale veste ho elaboratola bozza del Contratto Integrativo che il Sinfub ha poi presentato in Direzione Generale, Ufficio Sindacale. Questo Ufficio, considerati i miei pregressi di lavoro e sindacali, nonché il nuovo incarico, che mi poneva in antitesi diretta con l’Azienda ai massimi livelli,fece di tutto per “eliminarmi” dal Sindacato. Operazione riuscita a metà luglio allorché avvennero le prime avvisaglie di Mobbing sindacale nei miei riguardi. Tintinnìo di denari (trenta) e pressioni sindacali perché mollassi la presa con l’offerta di altri incarichi di prestigio ma lontano dal luogo della pugna, per non infastidire i manovratori delle due sponde.

Ero, però, preparato perché oramai avvertivo i nemici,ex-amici, a distanza e, poi, fermo sulla determinazione che “E’meglio morire all’impiedi che vivere in ginocchio”, trassi le considerazioni del caso. Fu così che accettai l’invito a passare ad altra Sigla sindacale, che mi coccolava da tempo, ove assunsi l’incarico di R.S.A. - per il C.E.D. - della Falcri B.N.L., con la quale, precedentemente, collaboravamo in abbinata per un accordo trai Vertici delle due Strutture. Quest’ultima aveva già messo l’occhio sulla mia capacità specifica e non si fece sfuggire l’occasione di annoverare un tale “campione” tra le sue file ove già militavano elementi d’eccellenza (per tutti Massimo L. - “Paraponzi” - e Dario M.). Del resto il Contratto dei bancari vedeva oramai tutte le Sigle accomunate nella stesura del testo unitario, eccetto che per i Dirigenti.

Dopo pochi giorni ebbi l’onore di apporre una delle due firme per la Falcri B.N.L. - l’altra di Massimo L. - sul Contratto Integrativo Aziendale sottoscritto con la Banca.

Alla fine dell'anno si tenne il Congresso Nazionale della Sigla,dopo i lavori preparatori del nuovo Statuto al quale presi parte più che attiva, e ne fui il Presidente. Momenti di crescita sindacale esaltanti - giunse in corso d’opera la notizia della nascita di due nuove R.S.A., tra Funzionari, da me “coltivate” da tempo con fuoriusciti dal Sinfub - e rientrai a casa con gli incarichi di Membro della Segretaria Nazionale, del Direttivo Nazionale nonché dell’Organo di Coordinamento; in pratica uno dei cinque sindacalisti che agivano in nome e per conto della Struttura. Troppa grazia S. Antonio e, forse, immeritata; mi rimboccai le maniche e giù a lavorare sodo. Riunioni, trattative, Congressi, denunce varie con ispezioni conseguenti delle ASL di competenza - con procedure a carico dei Responsabili aziendali - , scioperi, vita sindacale a tutto campo, senza soste, ma senza distacco dalla sede di lavoro,pur senza svolgere alcuna attività specifica di Banca, per scelta di altri e non certo mia.

Inizio del 2002, quale “capo” della Delegazione sindacale convocata dalla Direzione Generale per l’incontro di semestrale/annuale con l’Amministratore Delegato, accompagnato -questi - dal Direttore del Servizio del Personale e dal Preposto all’Ufficio Sindacale, mi tolsi una delle più belle soddisfazioni, forse, della mia vita lavorativa. Senza il forse.

Il mio intervento fu di aperta critica, corretta, pungente, senza timori reverenziali, per la pessima gestione del Personale, con esplicazione dei motivi, e con aspra “reprimenda” per i Bond Argentina; lo scandalo non era ancora scoppiato nelle sue reali dimensioni, ma avevamo visto giusto. Lor signori erano relativamente “freschi” di Banca (l’A.D. già mio Capo supremo all’Area Finanza) e fu gioco facile chiarire, tra le altre cose,che noi eravamo già nel ruolo di Personale Direttivo (Funzionari) al loro arrivo in Istituto e lo saremmo rimasti all’atto della loro dipartita lavorativa (cosa che poi avvenne per i due Big presenti)verso altri lidi; era nostro dovere pensare anche al buon nome della Banca, oggetto di ogni disattenzione operativa e cattiva gestione del personale, già da tempo, da parte di tutte le meteore che la ”colpivano” durante il loro breve passaggio.

L’Amministratore Delegato,vistosamente innervosito lasciò , da ospite che riceveva Delegazione convocata dalla Banca, la Riunione - senza salutare -, seguito dagli accompagnatori che accusarono i colpi di “ariete” loro assestati,con stile e linguaggio forbito, come si conveniva da parte di un Funzionario forgiato alla scuola del Personale. Seguì un “feroce”, doveroso, Comunicato Sindacale ed il tutto sfociò nel diniego, dopo pochi mesi, alla presenza della mia persona all’Assemblea annuale della B.N.L. per l’Approvazione del Bilancio Anno 2001, ove ogni Sigla indica - dietro richiesta B.N.L. - un nominativo partecipante in veste di Ospite. Ci fu un veto insormontabile, di pessimo gusto,verso di me ed il temuto mio intervento alla platea dei presenti in quel consesso; conseguentemente, la mia Sigla disertò la Riunione,evitando di indicare un Sostituto. Prima ed unica volta nella storia dell’Istituto, nella quale ho lasciato abbondanti tracce e non solo per tale episodio.

Dimenticavo di narrare che a fine Riunione con l’A.D. &Co., uno dei due colleghi di Sindacato, con me presenti, Dario M., un vero tecnico della materia, specie rara anche per le sue capacità politico/sindacali, esclamò: ”Ti bacerei in bocca per la soddisfazione!”. La sua “ammirazione”, ampiamente ricambiata per tutta la sua attività, prima, durante e dopo, il mio permanere nella Sigla, non ebbe, per mi a e sua fortuna seguito, fermandosi al pronunciamento dovuto all’euforia per la vittoria nell’occasione. Dettaglio, questo, a beneficio dei curiosi/morbosi!

Fui raggiunto, l’anno successivo, da una “diffida scritta” perché utilizzavo la messaggeria elettronica per l’inoltro di documenti di natura sindacale all’interno dell’Istituto, attività di uso corrente di tutte le Sigle, che altre Banche favorivano già da tempo. Il collega di cui sopra, coraggio e carattere da vendere, si auto-denunciò, per ottenere pari - “ ridicola” - condanna su di sé, perché era tale l’intesa raggiunta nella nostra Sigla.Tutti - di ogni Sindacato - si utilizzava lo strumento in parola, e si intendeva mettere la Banca in condizioni di criticità comportamentale; ma fu l’unico  a farlo e si ritrovò diffidato anch’egli. Il coraggio che latitava nel Don Abbondio manzoniano lo avevamo “rubato” e diviso noi due, io e Dario. Medaglia al valore sindacale sul petto per entrambi e, dopo la mia uscita dall’attività di banca, la messaggeria fu autorizzata quale veicolo informativo per l'attività sindacale da parte degli "addetti ai lavori".

Torniamo all’anno 2002 perché continuò un periodo di turbolenze. La Sigla era battagliera, io non da meno, e ci ritrovammo a trattare, anche con l’Azienda ed il Fondo Pensioni pe ril Personale B.N.L., la trasformazione di questo Ente da Fondo a “Regime a prestazione definita” a “Regime a contribuzione definita”. Il Patrimonio del Fondo era di circa 2.600 miliardi di lire, interessi di parti in causa a non finire, ed iniziarono vere battaglie di contenuto e procedurali. Tre sindacalisti della Falcri B.N.L. ed io il quarto - ma non “ultimo”, anzi - moschettiere ci avventurammo in una disputa tecnico/legale/amministrativa che non ciha visti del tutto soddisfatti, ma con risultati di certa entità economica a favore di tutti i colleghi Soci.

Riuscimmo ad ottenere, contrastando e contestando, con dovizia di atteggiamenti di contenuto tecnico di ampio respiro e competenza l’Ente de quo nella persona di colui che divenne poi Presidente della CO.VI.P.. Tutti i Soci ottennero un Premio di trasformazione superiore all’offerta del Montante (volontà dell’Azienda e del Fondo) e più similare al Valore Attuale, secondo il principio della Riserva Matematica, per quanto versato negli anni (diritti  maturati). Avvicinamento verso questo ultimo legittimo traguardo che non potemmo, però, conseguire in toto per le resistenze dei Sindacati maggiori “distratti” (eufemismo)anche da altre faccende. Lo Statuto fu modificato in senso peggiorativo - ex-tunc e non ex-nunc come sarebbe stato, semmai, più corretto - rispetto al precedente ed ai diritti acquisiti, anche perla parte normativa; colpevole il voto della maggioranza dei colleghi a ciò indotti da altre Sigle sindacali, ma noi riuscimmo, però, a limitare i danni grazie alla nostra azione di lotta che non conosceva soste.

Primi dei non eletti nella consultazione elettorale su base nazionale per il Consiglio d’Amministrazione del Fondo e per il Collegio Sindacale, nel frattempo tenutasi, il collega(Massimo L., Paraponzi nel soprannome) ed io, abbiamo provocato una tale “apprensione” nella Struttura per la lista d’attesa, che, all’atto della modifica dello Statuto, ne motivò la nuova norma la quale prevedeva la sostituzione di uno degli eletti per cessazione ,con nuove votazioni. Gli “assediati” (Banca, e Sindacati maggiori) avevano previsto ogni possibile forma di blindatura del Fondo ed ebbero la soddisfazione di procedere a nuove elezioni allorché si verificò la necessità di dover sostituire Membri Eletti, cessati dall’incarico, eludendo i nostri risultati di voto che avevano creato molto scalpore proprio al Servizio del Personale - in particolare -. Infatti, nonostante gli inviti del Direttore del citato Servizio, accompagnatore dell’A.D. nell’episodio prima narrato, ottenemmo una messe di preferenze, in uno con i lusinghieri risultati complessivi, per la stima che i colleghi, che mi avevano conosciuto direttamente, mi dedicavano, proprio nel Servizio del Personale. Fu la caccia alle streghe, per punire i colpevoli ma vana per la segretezza nell’urna.

La longa manus aziendale si allungò di nuovo, in modo perentorio e minaccioso, verso di me ed io riportai delle “ferite” ulteriori; del resto per bloccare una carica in battaglia si cerca di mirare ed abbattere i Capi più ardimentosi, gli altri e la truppa si fermano. Ferite rimarginate utilizzando il medicamento della stima di quasi tutto il quadrato ufficiali coraggiosi e dei colleghi in rivolta non appena si è sparsa la notizia di un probabile licenziamento. Minaccia poi non materializzatasi anche per le reazioni della piazza, subito in agitazione, in contemporanea con la manifestazione in Roma indetta dalla CGIL di Cofferati, la cui componente in Azienda sposò la mia difesa ad oltranza. Soluzione finale tentata dalla Banca, peraltro contestata e contrastata anche dal Direttore del C.E.D. che mi aveva in organico e che non perdeva occasione di comunicarmi la sua stima,confessando che non poteva far nulla per riportare nel giusto l’atteggiamento complessivo di alcuni Personaggi dell’Istituto a me avversi.

Il Sindacato Falcri, del quale fa parte la Falcri B.N.L., fu interessato da invito, rivoltogli dall’Associazione Bancaria Italiana (A.B.I.) su pressione della B.N.L., per fermare “iniziative di dirigenti di codesta Federazione che stanno creando notevole turbativa nell’ambito delle relazioni sindacali e dell’operatività aziendale” (traduzione per i non addetti ai lavori: ci sono sindacalisti che adempiono appieno al loro dovere e non riusciamo ad “addomesticare”).

Mai medaglia al valore sindacale, condivisa con altri tre colleghi che sono rimasti in servizio, ed ancora oggi in prima linea, è stata più brillante, appesa immediatamente ed esibita sulla “divisa” e poco dopo sugli abiti civili, poiché, maturato il diritto alla pensione, e per sopravvenute necessità esterne al mondo del lavoro, con motivazioni serie e non le “amenità” finora raccontate, ho lasciato la Banca, con dimissioni (30 dicembre 2003).Privo di rimpianti e consegnando alla Storia aziendale le tante tracce del mio passaggio, non certo inosservato ma carico di significati morali, quali riconosciuti ancora oggi.

Ho vissuto momenti bellissimi in Banca, alla quale devo tutto, e nel Sindacato, gratificanti per i successi e per i rapporti umani. Ho partecipato a momenti di crescita della e nella Banca e sono consapevole di aver contribuito alla positività del Conto Economico;ho lavorato in tanti Settori; ho atteso alla Finanza assumendo decisioni immediate e di certo spessore (centinaia di miliardi di lire che gestivo quotidianamente ottimizzando i risultati); mi sento,chiudendo il Bilancio della mia vita lavorativa “attiva”,soddisfatto anche se i riconoscimenti non sono stati pari ai risultati conseguiti sul campo ed alle attese. Ma la vita è come la trincea, non appena alzi la testa fioccano le pallottole!

Ho pagato un prezzo esoso il mio essere“pulito” ed il culto della Verità, l’essere coerente ed aver ubbidito al senso del dovere, senza genuflessioni; “il piacere dell’onestà” costa.

Ho potuto esprimermi al meglio delle mie capacità di coerenza perché accompagnato, nella vita, da una donna eccezionale, un“porto” ed un “faro” per ogni riparo e navigazione difficoltosa. Grazie a lei, moglie perfetta, madre attenta e lavoratrice in casa, oltre che di certo spessore e qualità nella Società “civile” per impegno di livello superiore tra le “carte bollate”. Costei mi ha sostenuto in tanti momenti difficilissimi,ricordandomi spesso - tra l’altro , conoscendomi da vicinissimo,-che i dipendenti degli Istituti di Credito nascono già “preparati al peggio” ma le Banche completano l’opera, “normalizzando” i più e mi ha aiutato nel superamento anche di ogni angoscia lavorativa. Mi ritrovo, quindi, oggi soddisfatto per aver lasciato  memoria”, in vita.

Oggi, “liberto”, apprezzo la Libertà e“L’Amor che muove il Sole e l’altre stelle”.


Febbraio 2014


Luigi Misuraca


Pubblicato a cura dell’autore, nato in Siderno (R.C.); vive a Roma ove è ambientata la narrazione.


Dedicato ad Elisabetta, che mi vive accanto da - quasi - sempre e a Dario, figlio che ha dato un vero senso alla mia/nostra vita.



(Riproduzione riservata)

"


  • Risultato immagine per banca






permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 4/10/2019 alle 12:10 | Versione per la stampa


30 settembre 2019

Sleepy

Elogio a Morfeo

 

 

                                             Quando è sveglia, attenta, è bellissima.

                               Allorché dorme rende merito a Morfeo ed è "dolcissima".

                           Mi soffermo, silenzioso guardo la "nostra" principessa Gaia e mi rilasso; non penso ad altro se non alla bontà del cane rispetto all'animale Uomo, quando costui utilizza la Ragione per fare del male.  


    


 














P.S.:

"

Chi non ha mai posseduto un cane, non sa cosa significhi essere amato.


"




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 30/9/2019 alle 4:30 | Versione per la stampa


25 settembre 2019

Giorno del Giudizio

Apocalisse



 

                          No, tranquilli, non mi sono convertito!

                        Ho visto questo spettacolo della Natura e, per quanto si racconta ai creduloni (credenti!), potrebbe essere questo lo sfondo del palcoscenico sul quale si manifesterà/svolgerà la fine del Mondo.

                        Ho fotografato la scenografia.








 




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 25/9/2019 alle 4:30 | Versione per la stampa


20 settembre 2019

Gli uomini preferiscono le bionde?

More

 

 

                   Gli uomini preferiscono le bionde?

            Sarà anche vero, non discuto i gusti della maggioranza; ma io scelgo e "divoro" le more!

                  Piccole dosi, raccolte ove nascono e maturano spontanee, "droga" naturale per uso personale!







permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 20/9/2019 alle 4:20 | Versione per la stampa


10 settembre 2019

Servizio Militare di Leva

Due anni in Marina militare






                              Ho raggruppato in un unico post 23 "quadretti" in passato pubblicati su questo sito, ma a puntate.

                                Ho indossato, con vero orgoglio, la divisa militare per due anni - circa - lasciando anche colà l'impronta del mio passaggio; altro che Attila!



Biennio 1968/'69 in Marina

 

Due anni con le stellette (1/23)


            Per la precisione 23 mesi e “spiccioli” (viaggio di andata compreso) effettivi! Sunteggiati in altrettanti quadretti, a seguire - compreso questo -!

            Due anni; a tanto ammontava la naia in Marina in quel periodo: me li sono fatti - quasi - tutti. Disprezzando coloro i quali si imboscavano con le scuse/attenuanti più banali, raccomandati, ai quali dedicavamo il :“Chi non è buono per il Re, non è buono neanche per la Regina”. Magra consolazione, ma aiutava per trascorrere quei giorni dedicati alla Patria; mentre i “riformati”- naturalmente quelli senza motivo serio - occupavano i posti di lavoro allora disponibili.

            Partenza da Roma, città degli studi universitari, il 17 gennaio del 1968 - appena ventunenne, da meno di un mese -, biglietto di viaggio timbrato da Compamare Reggio di Calabria, provincia di nascita e residenza all’atto della chiamata alle armi, dopo la prima timbratura della Capitaneria di Porto di Roma, con destinazione Maridepocar Taranto per il C.A.R. (due mesi circa) nelle vesti, pardon divisa, di Allievo Sottufficiale della Marina Militare; con la prima divisa quella da marinaio.

            Sapevamo di dover trascorrere due festività pasquali e due natalizie, con le stellette addosso; non era piacevole, ma mitigato dal particolare, non trascurabile, rispetto alla Truppa, che dopo otto mesi - superato il Corso - avremmo percepito una retribuzione che leniva il “dolore” per i due anni di prigionia.

            Allora ero convinto che due anni fossero troppi, anche in rapporto alle altre Armi; oggi esprimo la convinzione che un annetto, per tutti, uomini e donne, non farebbe male. Anche nel Servizio Civile.

 

Carri bestiame (2/23)

            Era nevicato pochi giorni prima, quell’anno a Taranto, la neve invadeva ancora la località e ci accolsero all’arrivo, di mattina presto, dopo un viaggio lungo ed estenuante sulle strade ferrate del Sud d’Italia, nel frattempo - e se possibile peggiorate -, dei carri bestiame.

            Mezzi trasporto truppe ricoperti da teloni sui quali ci fecero accomodare per il “trasporto” in caserma. Il freddo!

            Se il buon giorno si vede dal mattino, abbiamo subito compreso ciò che ci attendeva. La realtà ha superato, però, ogni fantasia appena dopo l’ingresso, allorché ci hanno ammucchiati e fatti inquadrare per l’appello degli arrivi.

            Una scena che ha richiamato alla memoria “La Grande Guerra”, pellicola resa celebre anche dall’interpretazione di Gassman e Sordi, con i militari trattati quale carne da macello in balìa di frustrati con le stellette che impartivano ordini urlando sul piazzale.

            Dovevo trascorrere due anni e non volevo/potevo rinunciare al “grado” che avrebbe consentito di affrancarmi finanziariamente, almeno momentaneamente, dalla famiglia, in attesa di tempi migliori; strinsi i denti, mi feci simbolicamente il segno della croce, seppur agnostico, e decisi che avrei obbedito, a testa alta, ma sempre obbedito.

            Arrivo in camerata, uno stanzone grandissimo con letti a castello a tre piani. Scelsi quello più in alto, vicino alla lucina che restava accesa anche di notte, per poter scrivere alla mia bella che avevo lasciato a Roma, con tante promesse; non da marinaio.

            Il primo giorno passò rapidamente, arrivò il “silenzio” e tutti in branda.

 

Tutti in branda (3/23)

            Iniziava il calvario notturno, dopo intere giornate a marciare e ad esercitarsi nell’addestramento di rito.

            I piedi erano doloranti, “Più forte, più forte” era il grido dell’Istruttore perché voleva sentire il suono, con violenza battuto sul selciato, del “passo”; tremava la terra al passaggio di intere compagnie in marcia lungo i vialoni di Maridepocar Taranto.

            Stanchissimi conquistavamo il nostro posto letto; il mio sito al terzo piano, l’ultimo delle brande a castello. Mi trovavo vicino al punto luce, che illuminava, con raggi fiochi, la camerata e così potevo scrivere alla "mia" ragazza. Momenti di intima riflessione.

            Poggiata la testa sul cuscino era Morfeo ad avere, immediatamente la meglio; finché non ti svegliavi di soprassalto per l’odore forte di lucido da scarpe ovvero dentifricio che veniva spalmato, per dispetto, sul cuscino del malcapitato da coloro che non riuscivano a dormire e si dilettavano con giochetti innocenti per bambini deficienti.

            Una notte, forse era la quarta di permanenza in loco, fu il cataclisma poiché, innervosito da tanta stupidaggine, dannosa, riuscii a non far dormire gli altri e le cose si appianarono; smisero gli scherzi e riconquistammo la pace, almeno di notte.

            Sveglia all’alba, le pulizie personali in bagni estesissimi, scarichi alla turca e freddo da morire; finestroni accostati, con la neve fuori ammucchiata per giorni anche dopo il nostro arrivo.

            Rifare la branda e subito in fila per la colazione.

            Insomma, non proprio un albergo a 5 stelle e lontani dall’immagine dei mari caldi del Sud. 

 

Vestiario (4/23)

            Dopo i primi tre giorni in abiti civili ci fu assegnato il vestiario militare, con tutti gli annessi e connessi. Rispedimmo, a spese dello Stato, a casa gli abiti della libertà per indossare quelli della prigionia.

            I pantaloni lunghi, da accorciare, i mutandoni di lana che alcuno aveva intenzione di indossare, i bottoni tutti da rinforzare perché attaccati con poco filo, in modo superficiale e meccanico; insomma un gran da fare quando in camerata.

            La divisa era, per come si è capito, approssimativa, per dimensioni dei pantaloni in particolare e dovetti ricucire tutti i bottoni. Quelli del giubbotto in particolare con i bottoni di metallo e l’ancora stampigliata di sopra.

            Era buona abitudine, inculcata dalla genitrice, quella di portare appresso un fazzoletto di stoffa e così ne misi, da subito uno, nella tasca dell’indumento de quo. Con il necessario in dotazione mi apprestai a rinforzare i bottoni del giaccone; trovavo difficoltà nel far passare l’ago da una parte all’altra dell’indumento per uno di essi. Mi aiutavo spingendo l’ago sul bordo, in metallo, della branda e compresi alla prima libera uscita l’arcano. Avevo cucito il bottone, ma anche il fazzoletto - passato e più volte da parte a parte - che stava alla sua altezza, nella tasca.

            Non ho potuto asciugarmi il naso in quella prima fredda sera d’inverno pugliese; in libertà vigilata (franchigia)!

 

Chez Maridepocar Taranto (5/23)



            Scrivere del vitto è cosa ardua e mi avventurerò solo se creduto sulla parola, pardon, sullo scritto.

            La colazione consisteva in una bevanda a base di latte con l’aggiunta di molta acqua e … bromuro. Noi, ventenni quasi tutti, ed aitanti ce ne accorgemmo da quasi subito, evitando di intrattenere i nostri cari a casa sulle anomalie che scoprivamo nelle nostre reazioni giovanili.

            Un panino ed una fetta di mortadella o cubetto di marmellata ci facevano da carburante per tutta la mattinata dedicata alla marce ed all’addestramento per la Cerimonia del Giuramento.

            Suddivisi in dieci unità per tavolo c’era il capo tavola - nella vita militare c’è un Capo per ogni cosa -, poi si faceva la conta e chi risultava estratto doveva lavare i dieci bicchieri. Fu così che un giorno dissi di non avere voglia della colazione e che avrei glissato la conta non dovendo fruire di alcun servizio relativo. L’Inquadratore, militare di truppa già Caporale, che si curava di angustiarci la vita,- non accettò il mio dire e voleva costringermi al lavaggio qualora estratto alla conta. Mi opposi e mi misi immediatamente a rapporto. L’Ufficiale, probabilmente non digiuno delle leggi della Statistica, mi diede ragione ed io acquisii merito e meriti presso i commilitoni. Divenni capotavola e curavo le porzioni da servire al pranzo ed alla cena.
 
            In quella occasione minacciai il militare (Inquadratore) che mi aveva innervosito: “Io diventerò Sergente e tu invece no; augurati di non capitarmi sotto di grado”.

            Il pranzo, servito per i primi tre giorni, fino alla vestizione, in stoviglie tutte di alluminio che poi lavavamo sotto l’acqua fredda corrente, all’aperto, era inqualificabile così come la cena; ma io divoravo il tutto pensando a coloro che stavano peggio di noi.

            E’ sempre stata buona tradizione italiana il: “Chi amministra, amminestra” e, di certo, coloro i quali tenevano i conti della spesa ne approfittavano.

 

Bella Ciao (6/23)



            Alla “sveglia”, presto, con qualunque condizione atmosferica, in camerate prive di ogni riscaldamento, bagni da Siberia, ecc…, dovevamo restare all’aperto, tutti allineati in Compagnie, anche sotto il diluvio, in attesa del comando del Comandante di Plotone per accedere alla sala mensa per la colazione.

            Fu così che gli Allievi Sottufficiali - 600 unità - si ritrovarono, una mattinata di freddo intenso e pioggia scrosciante, a cantare “Bella Ciao”, per protesta, senza voler lasciare le camerate, anche lungo la immensa scalinata dell’edificio, con direttore del coro ed istigatore il sottoscritto.

            L’indagine che ne scaturì non trovò il colpevole ed il reato sarà di certo, nel frattempo, estinto per prescrizione. Si potevano mai punire, in una sola volta, ben 600 Allievi Sottufficiali?

            Avevo dato prova del mio carattere che rifiutava gli ordini illogici e non ci bagnammo più, inutilmente, se non per il breve tratto che separava le camerate dalla mensa.

            Obbedire sì, sono disponibile, ma a testa alta.

            Accettai altri compromessi, meno assurdi, invero, e sempre con l’obiettivo di evitare ogni punizione ed ottenere i gradi e la relativa retribuzione a fine Corso; anche perché ero in attesa di destinazione e non volevo sfumasse la opportunità di essere inviato nella Capitale.

 

Messa (7/23)



            Uno dei compromessi, che ancora oggi mi brucia, è stato quello di dovermi recare a messa, la domenica, in maniera forzosa.

            Chiesi all’Ufficiale ogni altra incombenza, durante la Messa, pur di non entrare nel luogo che non mi interessava. Non ci fu verso; vi fui costretto con la minaccia della prigione di rigore. Voleva dire rinuncia al grado!

            Mi rifiutai, però, di cantare per come mi voleva sentire fare lo stesso Ufficiale, durante la funzione religiosa che osservavo in silenzio e con il pensiero altrove; scorrevo tutti i martiri della Chiesa dei quali si sente ancora l’odore di carne bruciata e l’eco delle urla strazianti. Compresi coloro, quali il Bruno, che ebbero legata anche la lingua; atrocità nell’atrocità della quale la Chiesa di Roma porta l’eredità, mai interamente sconfessata.

            Non sopportavo il Cappellano militare, bene inteso sempre indicato/inquadrato tra gli Ufficiali, il quale aveva esteso la divisa fino ai piedi, stringendo Patto con lo Stato per piangere i morti e fregare i vivi; al pari dei suoi confratelli civili.

            Vita militare e religiosa con le medesimi caratteristiche di obbedienza cieca, pena la prigione o la scomunica.

 

“D” (8/23)

            Unica, ripeto unica, nota positiva del primo periodo della naia, durante il C.A.R., era che mi ritrovavo nel Gruppo degli Allievi Sottufficiali in quanto diplomati; seicento Allievi che, però, nel trattamento a Maridepocar non avevano sconti se non la possibilità di cucire sulle maniche della divisa, una volta ricevuta, eguale alla restante truppa, la “D”.

            Dichiarazione di uno status che ci avrebbe portati, dopo quattro mesi ad aggiungere i gradi di Sottocapo (Caporal Maggiore) e dopo otto mesi ad indossare i relativi gradi di Sergente.

            Aldo, commilitone di avventura/sventura si cucì addosso la “L”, quasi fosse laureato ed invece aveva anch’egli interrotto gli studi relativi. L’età, meno giovane della nostra e l’aspetto meno giovanile di lui non inducevano a perplessità la vista di quella lettera che invece incuteva certo rispetto negli altri e tra i Superiori i quali, intenti a farci “scoppiare”, non si impicciarono più di tanto.

            Lo incontrai all’arrivo a Taranto (19 gennaio 1968), giunto solo da pochi giorni, sempre per il medesimo contingente, più anziano (meno giovane) di me. Con lui avevamo condiviso la delusione della mancata partenza per l’Accademia Navale di Livorno.

            Il “laureato”, già con pregressa esperienza lavorativa amministrativa, fu destinato da subito in Ufficio, scansò le marce e l’addestramento specifico nonché le guardianìe e collaborò con il Maresciallo della fureria che l’aveva preso sotto la sua ala protettiva.

 

Libera uscita (9/23)
 

            E venne il fatidico giorno della prima Franchigia. Tutti in fila, perfettamente rasati, allineati e coperti, franchi in riga, per l’ispezione. Una cartolina illustrata passata dal basso verso l’alto a verificare anche la peluria sul viso e consegna all’interno per coloro i quali facevano risultare positiva la prova, crudele, della imperfetta rasatura.

            Al passaggio davanti al primo negozio, in quel di Taranto, la prima libera uscita, tornai immediatamente indietro a guardare nuovamente - riflesso nella vetrina - quel militare che non potevo essere io; invece era proprio così.

            Noi Allievi eravamo destinati a turni di servizio ancor più massacranti che non la truppa ed anche comandati alla guardia nelle camerate di costoro. Ci forgiavano. Non vedevamo l’ora di uscire a respirare aria civile, anche se tarantina; ma allora gli stabilimenti colà in funzione non erano così letali come oggi.

            Molti di noi andarono al cinema; tutte le sale limitrofe al Distaccamento, proiettavano,in occasione delle libere uscite, pellicole con contenuti erotici, per quanto passava allora il convento della cinematografia. Ma il bromuro sopiva ogni istinto di aggressività/ribellione degli attributi ed era anche peggio!

            Non restava che la pizza, non sempre mangiabile, e passeggiate a guardare la fauna locale.

            Il primo rientro in Caserma è una scenetta da raccontare poiché Amedeo, commilitone del quale dirò appresso, aveva alzato il gomito, indossato il cappello con il retro sul davanti, la scritta Marina Militare non in evidenza, ed avanzava con passo incerto. Lo scorgemmo appena in tempo, prima del transito dal Corpo di Guardia, ci mettemmo ai suoi lati, lo sorreggemmo alla meno peggio, senza dare molto nell’occhio, dopo avergli rimesso a posto il cappello, nel verso corretto; la fece franca.

            Dovevamo stare attenti a tutto e tutti, dentro e fuori; soprattutto alla ronda.

 

Turni di guardia (10/23)



            Eravamo destinati ai servizi più impensabili ed a turni di guardia massacranti, sapevamo che tempo circa due mesi avremmo avuto la destinazione e sopportavamo; quasi tutti silenti.

            Marce estenuanti per il Giuramento, Cerimonia toccante, con l’alza-bandiera e la preghiera del Marinaio; commovente. Pochi ricordi belli di quel periodo a Taranto

            Presenti, dietro turnazione, nelle camerate della truppa al momento del contrappello, del silenzio, durante la notte ed anche alla “sveglia” per disciplinare lo svolgimento delle pratiche relative da parte di turbolenti militari di leva che dovevano sopportare due anni di naia, senza retribuzione se non una miseria per poche sigarette al mese.

            Dovevamo stare accorti ed attenti a non creare turbolenze già in atto per invidia rispetto alla nostra posizione che ci vedeva privilegiati.

            Fu così che dovetti spalleggiare un commilitone (Amedeo, napoletano, un mix tra Stanlio e Totò) il quale, tutto fuorché un militare, anche nell’aspetto fisico, già oltre i ventisei anni, fu minacciato, durante un suo turno di guardia perché aveva ripreso alcuni militari, particolarmente irrequieti ed insofferenti alla subordinazione, con : ”Stanotte ti accoltelliamo!”. La minaccia era eccessiva, ma, a scanso di equivoci, egli volle aiuto e l’ottenne. Ci fu grato.

            Di notte a fare la guardia anche a rubinetti dell’acqua nel lavatoio, chiusi; a viali lunghissimi con il Sottufficiale - di carriera - che passava a verificare se tutto era in ordine, compreso il fogliame che dovevamo spazzare non appena toccava terra. Si sentiva risuonare il “silenzio” ed il nostro pensiero correva ai nostri cari, lontani.

            Aldo era l’unico ad esserne esentato, ma poi mi rifeci; a Roma.

 

Telegramma (11/23)



            Una comunicazione via telegramma mi raggiunse poco prima venisse letta la mia destinazione dopo il C.A.R.; Roma.

            Ora un passo indietro per collegare le cose e metterle al posto giusto.

            Andiamo, quindi, con ordine ed al periodo antecedente la naia. Anno 1967, dopo tre rinvii del Servizio per motivi di studio - universitario -, decido di presentare domanda per frequentare il Corso di A.U.C. in Marina. La prima delusione della vita perché, non raccomandato, non fui inserito in elenco; nonostante il curriculum fino ad allora maturato. La lezione mi è servita al momento nel quale, non potendo più presentare domanda di rinvio, fui chiamato a presentarmi a Maridepocar Taranto per il 19 gennaio dell’anno 1968.

            Prima della partenza mi misi in contatto con un Docente universitario ed anche Politico, che mi conosceva e stimava; mi segnalò, tramite un Politico di grido, poi Presidente della Repubblica, per destinazione la Capitale, ove risiedeva la famiglia ed anche colei che poi divenne la mia compagna di vita. Sede non difficile da ottenere poiché partivo - negli Atti ufficiali - dal Capoluogo di Regione della Calabria, allora Reggio di Calabria.

            Il cerino si frega una sola volta e così, almeno, ottenni la sede desiderata: Roma, Distaccamento della Marina Militare quale sede logistica e di stazionamento. Poi Ministero della Marina Militare, nella qualità di Furiere, assegnato alla Segreteria Generale di Navalcostarmi.

            La partenza verso la destinazione mi ha visto inzuppato con lo spumante che ho offerto al plotone di appartenenza ed, al grido di “O Roma, o morte”, feci i bagagli. 

 

Maridist Roma (12/23)



            Distaccamento Marina Militare. Arrivai stanchissimo da Taranto, verso fine febbraio dell’anno 1968 e trovai alloggio in branda - al piano ammezzato, su tre livelli - con finestrone che era in linea con visuale sull’Angelo di Monte Mario. Sulla collina, poco più in là, verso Nord, era il domicilio della mia famiglia e della ragazza con la quale …; insomma, stavamo insieme e progettavamo il nostro futuro.

            Ministero della Marina Militare la sede di lavoro, raggiunta ogni mattina con piccola passeggiata a piedi, e servizi, da militare semplice - e con la “D” sulle maniche - ai quali attendere dentro la citata Caserma.

            Furiere, praticamente amministrativo, e pratiche d’ufficio.

            Turni di guardia, invece, in garritta, in Caserma, con il M.A.B., allora si usava, e rammento il giorno di Pasquetta di quell’anno, sotto un diluvio di pioggia. Turni alla mensa al lavaggio piatti, una montagna; non finivano mai.

            Arrivò la promozione a Sottocapo, Caporal Maggiore, ma le cose non cambiarono di molto.

            Avevo ottenuto il pernotto a casa, fuori da Maridist, per il primo mese; il Maresciallo della mensa “risparmiava” sui pasti fuori sede. Di mattina al lavoro in Ufficio e poi, se libero da turni di guardia al Distaccamento, ero uccel di bosco. Un commilitone commise però irregolarità ed i pernotti non furono più rinnovati, per punizione a tutti. Io scelsi di non chiederlo più, non si accorsero della mancata richiesta di rinnovo e continuai a dormire fuori. Che drittata! Ma non toglievo alcunché ad altri.

            Fu il “baffo” da Sergente a modificare lo status complessivo.

 

 

Sergente Furiere (13/23)



            Giro per il vestiario nuovo, con giacca e cravatta, consegna dei gradi, ecc… e presentazione all’Ufficio che avrebbe dovuto inserire i nuovi Sergenti nei turni di Guardia per la Categoria, dentro il Distaccamento e/o al Ministero. Fu una mia dimenticanza, credetemi, non voluta, che mi dette il regalo più consistente poiché non passai dal citato Ufficio. Non se ne accorsero e glissai tutti i turni di guardia da quel giorno in poi. Aldo no; egli passò, bussò alla porta delle guardianìe e venne destinato a turni presso Maristat, sua Direzione di lavoro al Ministero.

            Sulle due maniche i “gradi”, la stelletta di Furiere e la immancabile “D”; voleva dire molto a quella data; non ultimo essere di Leva!

            Arrivò il primo stipendio che mi permise di gustare i restanti mesi di vita militare con certa leggerezza.

            Uniche guardie quelle dell’anno successivo (1969) in concomitanza con le Elezioni poiché, in assenza di Governo in carica, ogni automezzo andava scortato da un Sergente o comunque Sottufficiale a bordo dello stesso, con tanto di pistola alla cintola; - Scolta automezzi -.

            Non potevo evitarla, ma la trascurai in altro modo perché ritiravo l’arma ed i relativi colpi - nel caricatore, che consegnavano a parte -, uscivo dal Distaccamento. L’arma sotto il sedile della vettura e mi dileguavo. Una sola volta mi cercarono insistentemente. L’amico militare che avevo in loco mi chiamò al telefono di casa - non c’erano telefonini - ed io rientrai inventando una scusa che mi vedeva presente ed in giro per Maridist. Gaeta poteva attendere!

            A mia attenuante c’era il particolare che mai, sotto le armi avevo “fatto i tiri”, come si usava descrivere le prove di tiro con l’arma durante il C.A.R.. Le prove si svolsero durante una mia Licenza a Roma per esame universitario ed io non avevo la preparazione adatta ad usare l’arma; almeno sotto la vita militare. Era una mancanza della Struttura e non certo mia; non volevo essere adibito a compiti per sedare eventuali disordini di piazza senza la necessaria preparazione e specifica responsabilità.

            Ero Furiere, amministrativo, ed il mio lavoro era svolto con diligenza ed accuratezza, tanto da meritare le lodi in Ufficio.

 

Stellette e lettere (14/23)



            Gli ordini si discutono, se illegittimi.

            Distaccamento della Marina Militare in Roma, Corpo di Guardia all’ingresso e, posti da un lato, un tavolino con due sedie a fare da arredamento ed appoggio per le scartoffie necessarie allo svolgimento amministrativo del servizio; oltre la rastrelliera, in fondo, ove facevano bella mostra i tesserini dei militari in“Forza”, quando questi presenti in Caserma.

            Arrivata la posta, per tutta la Forza in attività, era previsto che le raccomandate, dopo la firma al portalettere, si elencassero in apposito registro, per il passaggio delle consegne al turno subentrante, fino al recapito ai destinatari.

            Mi ritrovai a compiere servizio all'ingresso del Distaccamento, quale allievo Sottufficiale, già Sottocapo, e ricevuta la posta, nel momento di passare le consegne, mi misi a sedere - proibito durante la Guardia - e trascrissi ogni lettera raccomandata pervenuta. Fu così che, in questa posizione mi ritrovò, intento alla scritturazione, il Comandante del Distaccamento il quale si irretì verso l'Ufficiale e mi fece mandare a rapporto, per la punizione di rito.

            L’indomani mi presentai all’Ufficiale punitore ed esplicitai le motivazioni del mio comportamento che, se sanzionato gravemente, avrebbe comportato la rinuncia ai gradi successivi di “carriera” di leva. “In tanti anni di scuola ho imparato a stare seduto, quando devo scrivere; c’era un tavolino e due sedie ed ho ritenuto, per il solo tempo strettamente necessario alla trascrizione dei documenti, di utilizzare quanto disponibile in loco” (più o meno così, ma con modi decisi e senza tentennamenti).

            Il mio dirimpettaio convenne con me, mostrò intelligenza “civile” e perdonò la seduta, dichiarando che avrebbe chiarito il tutto al Comandante il quale accettò - obtorto collo - la tesi difensiva e di disobbedienza ad ordini discutibili per la Ragione (illegittimi) e la particolare circostanza dei fatti esposti. Bontà loro e/o sfrontatezza mia; comunque premiata.

            Ci credete se vi dico che, poco dopo, la zona dell’ingresso venne dotata di un bancone piccolo e alto con leggìo - da conferenziere -, ove poter scrivere anche in posizione eretta; naturalmente con la soppressione contemporanea del tavolino e delle due sedie. Mi capita di rado, ancora oggi, di transitare davanti al luogo del misfatto e di vedere ancora colà, in bella mostra di sé, il segnale del mio passaggio.

 

Stellette e rifocillamenti (15/23)



            Erano anni turbolenti per la Scuola, il 1968, il 1969; con scioperi ed occupazioni che si susseguivano e di certo la Casa dello Studente” (Universitaria) non ne poteva restare immune.

            Io ne ero stato ospite, per il primo anno di università; la prima borsa di studio relativa poi seguita da altre due, ma monetizzate perché la famiglia si era trasferita su Roma.

            C’erano,dentro, chiusi a manifestare, i miei compagni della Sapienza ed io, smessi a fine turno di lavoro gli abiti militari (divisa), mi portavo in Via Cesare de Lollis a rifornire di vitto gli “occupanti”.

            Correvo dei rischi perché, se fermato dalla Polizia, ero passibile di punizioni; ma lo spirito rivoluzionario che era ed è in me affiorava. Era il richiamo della foresta al quale non può restare sordo colui il quale è abituato ad obbedire, ma a testa alta e senza rinunciare alle proprie idee.

            Del resto la vita militare era una parentesi, seppur non tanto breve, nel percorso che mi ha visto sempre davanti al gruppo in ogni manifestazione di Libero Pensiero. Onoravo le “stellette” che indossavo il quel periodo con il mio lavoro, capace, responsabile, onesto, ma non volevo rinunciare al mio “io".

            Il corpo deve essere rifocillato, ma anche la mente ha bisogno di nutrimento e non bisogna far mai mancare ad essa le sostanze che la tengono viva ed in vita, oltre che pensante. 

 

Vendetta (16/23)



            E’ un piatto che va servito freddo!

            Attendevamo l’arrivo di un nuovo militare in Ufficio il quale sarebbe divenuto il quarto in grado, dopo di me (Sergente); si aprì la porta e vidi l’Inquadratore (Sottocapo; Caporal Maggiore); proprio colui che mi aveva irretito durante il C.A.R. in quel di Taranto. Il mondo è veramente piccolo!

            Quella volta lo “inquadrai” io, immediatamente; mentre sul suo viso affiorava, via via, nel mentre mi metteva a fuoco, un misto di perplessità, terrore.

            Era passato del tempo, più di un anno, era sbollita in me la rabbia per la sua ottusità che si era nascosta dietro il “grado”, infimo ma bastevole per propinare angherie ai sottoposti; mi sono dimostrato signore, quale ero per iure sanguinis, l’ho perdonato.

            Egli è diventato un buon amico/commilitone dopo che in Ufficio abbiamo affrontato l’argomento raccontando agli astanti l’accaduto.

            Si lavorava in sintonia per tutte le incombenze d’Ufficio; la posta da aprire e smistare ai vari Reparti, la predisposizione della documentazione da inoltrare al Sottosegretario di pertinenza e/o al Ministro della Difesa per le delibere di spesa del caso per l’allestimento delle navi e del loro armamento, tutti i compiti di una Segreteria Generale di una Direzione del Ministero.

            Preposto Capo di 1^ Di Camillo, poi un Sottufficiale, Secondo Capo (Sergente Maggiore), di carriera, anziano, indi io, due militari di truppa ed un civile; quest’ultimo faceva la pacchia. Il Capo lo ringraziava quando era presente, nelle poche ore di lavoro che dedicava alla Marina, e l’armonia non era turbata dalla commistione tra militari e civili. Orario 8.00 - 14.00 per tutti noi, il civile entrava ed usciva a suo piacimento.

 

Gelataio (17/23) 



            Il 2 giugno, dopo la sfilata, si poteva indossare la divisa estiva. La mia prima fu quella da marinaio, tutta bianca e con le scarpe nere.

            L’anno successivo dovetti indossare quella da Sottufficiale; tutta bianca, con giacca a colletto chiuso, comprese le scarpe; insomma un gelataio se si nascondevano le stellette.

            Ci tenevo ad essere sempre in ordine e ricevetti anche un elogio da parte del Direttore Generale della Struttura per la cura che mostravo nell’abbigliamento e per il portamento sempre compìto; sia in inverno che in estate.

            Le scarpe erano un dramma perché andavano sbianchettate spesso.

            All’epoca (estate del 1969), affittata una piccola casa, al quarto piano senza ascensore,convivevo da poco con la mia fidanzata; in disaccordo con le rispettive famiglie, specialmente per la sua giovanissima età, avevamo deciso di togliere l’incomodo. Due cuori, una capanna e … la divisa da curare; senza mobilio adeguato perché le scarse finanze non permettevano spese oltre il fitto, il vitto e poco altro; il vestiario trovava posto, appeso, sulla maniglie delle finestre.

            Però sempre in ordine, con stile e dignità. Così mi presentavo, quando necessario e per dovere d’Ufficio per le relative pratiche, davanti all’aspirante suocero,mantenendo un contegno di distacco quasi fossimo due sconosciuti. Egli prestava servizio, ironia della sorte, quale militare di carriera (Capo di 1^ Classe) presso il Ministero della Marina, Maristat - terzo piano ed io al quinto - e doveva fare buon viso a cattiva sorte ad ogni incontro che, invero, cercavo volutamente. Caratteraccio il mio!



Picchetto d’onore (18/23)



            Rivoluzionario sempre, pur convinto che occorra dedicare ogni attenzione alle incombenze che spettano, quando accettate.

            Anche la marcia e l’addestramento al C.A.R., un dressage impostoci per necessità dell’obbedienza che è bagaglio “culturale” nell’ambito militare, quindi accettato con filosofia, appunto perché inquadrato nella sua giusta ottica,  andavano curati al meglio.

            Le guardianìe su Roma, in garritta, davanti alla Cassa del Distaccamento, sempre con divisa da marinaio, ad hoc - ghette, cinturone et similia -, mi vedevano precisino e compìto nei turni di due ore di servizio e quattro di riposo; in branda al Corpo di Guardia.

            Del resto è sempre così accaduto. Quando dimostri di saperci fare, gli incarichi si moltiplicano; più fai, e bene, e di più ti fanno fare. “Maledizione” che mi ha perseguitato e persiste ancora oggi che sono in pensione.

            Fu così che feci parte del picchetto d’onore per il funerale di un Ammiraglio, tenutosi in Santa Maria delle Grazie al Trionfale, Roma; il plotone, schierato fuori dalla chiesa in pieno assetto come d’uso, con le incombenze di rito per tale cerimonia. Divisa invernale sotto il sole di un primo pomeriggio di fine maggio del 1968.

            Mi risuona ancora nelle orecchie il sussurro/lamento di uno di noi trenta marinai il quale, non certo d’accordo con l’incarico ricevuto, bisbigliò: “Anche da morti questi ci rompono i coglioni!”

 

 

Stellette e matrimonio (19/23)



            Luglio 1969, la naia volgeva lentamente alla fine (dicembre), noi eravamo impazienti di regolarizzare la nostra convivenza, anche perché la cicogna aveva mandato lettera di avviso per consegna, e decidemmo di sposarci. Rito civile, consenso del suocero perché la figlia era minorenne e, zitti, zitti, senza clamore e senza informare, naturalmente, neanche il Comando Militare, dicemmo di "Sì" davanti allo Stato Civile nella Sala del Campidoglio a ciò deputata.

            Trentuno di luglio, senza ferie matrimoniali - non si era saputa la notizia se non nel mio ristretto Ufficio che tenne la consegna del silenzio -, ma in congedo per ferie annuali, partimmo per il viaggio di nozze.

            Viaggio in auto verso i mari caldi del Sud (Calabria) a casa di uno zio materno; non c’era molta disponibilità economica e ci accontentammo. Rifaremmo tutto come allora perché la giovane età, lo spirito garibaldino ed un po’ irrequieto non hanno prezzo.

            Prima dell’ingresso sull’Autostrada accogliemmo un militare dell’Esercito, in divisa,che faceva l’autostop verso Napoli. Appena seppe che eravamo freschi sposi, quella stessa mattina, voleva scendere per lasciarci soli, si sentiva imbarazzato. Il viaggio continuò in tre fino alle porte di Napoli; ci raccontammo le nostre speranze ed aspettative, tutti e tre giovani.

            Casa e Ministero. Solo una breve distrazione per l’invito a casa di pochi amici, compagni di scuola, per una cenetta di buon augurio al rientro dal viaggio di nozze (?) e compilazione delle lettere per l’assunzione; missive che poi mi portarono a studiare per gli esami (Concorso) in autunno.

            Spirito irrequieto e libero (ab origine) mi sono, via via, ritrovato nelle sabbie mobili; più mi agitavo e più andavo giù. La Patria da servire, il matrimonio, la famiglia e la Banca all’orizzonte. Ne sono uscito incolume ed indenne, soprattutto grazie alla donna che ha scelto di vivere con me e farmi da “badante”. 

 

 Divisa e studio (20/23)



            Avevo inoltrato Domande di assunzione (agosto/settembre 1969), in vista del congedo, perché già coniugato e con famiglia a carico. Alternativa era la Rafferma ed in tal senso aveva mostrato la sua disponibilità la Struttura del Ministero la quale, apprezzate le mie doti, avrebbe voluto farmi frequentare il Corso Ufficiali;  era possibile se con domanda fino al giorno prima del Congedo. Con segnalazione ad hoc, naturalmente.

            Della tante domande inviate, con francobollo da 50.= lire all’epoca, tre presero la strada positiva. Una Banca, l’Alitalia e L’E.N.I.. Avevo indicato di aver assolto agli obblighi di leva poiché, con il congedo a fine anno, ritenevo che le mie missive non potessero avere effetto immediato. Invece, invece la Banca mi convocò subito. 

            Perché ha scelto la Banca … per l’assunzione?”. “Perché è la prima in elenco sul retro della copertina dell’elenco telefonico”, fu la mia replica, quasi irriverente. “Perché mi avete convocato con tanta sollecitudine?”, chiesi io ed il Dirigente del Servizio del Personale, poi mia sede di lavoro, confessò, dopo il breve colloquio che mi mise in ottima luce: “La sua lettera meritava una immediata convocazione, la mandiamo subito ad esame”. “Sono ancora sotto le armi, il congedo arriverà a fine anno” dichiarai; “Allora rimandiamo il tutto a dopo, ci tenga informati”.

            Rientrai al Ministero, il Direttore Generale si volle informare dell’esito e mi rimproverò: “Dovevi dire che avevi finito, il congedo lo trovavamo noi in qualche modo”, “Telefona ed informali”. Di là dal filo il Dirigente comprese la situazione e mi mise in elenco per esami/concorso a brevissimo tempo.

            Mi rituffai sui libri a studiare, non tanta "polvere", aiutato dalla fidanzata già consorte, nel nostro “nido”, nei momenti liberi dal servizio. Il Concorso fu un successo, mi volevamo assumere il giorno dopo del Congedo nel dicembre 1969. Chiesi pietà e spostarono la mia assunzione in Banca per il 7 gennaio del 1970 (ho lasciato traccia, su Internet - per i più curiosi -, del mio percorso lavorativo "civile" ne "Un Bancario in S.p.E.). 

            Alitalia mi inseguì inutilmente, più volte, prima e dopo il congedo, e l’E.N.I. ricevette un mio netto rifiuto. Quando si poteva concretizzare l’assunzione, Gruppo B con retribuzione di circa 105.000.= lire, lavoravo già in Banca e replicai: “Sono già inquadrato nel Gruppo A e percepisco oltre 170.000.= lire di stipendio” - il primo - (allora la Banca era la Banca!). Che soddisfazione!

 

Stellette e punizioni (21/23)



            Non ho collezionato punizioni di alcun genere, pur se la mia presenza sotto le armi è stata, diciamo, un po’ vivace.

            Rimprovero verbale, richiamo scritto, consegna e cella di rigore non mi hanno visto interessato se non la terza specificità, ma dall’esterno.

            Da Allievo Sottufficiale, in quel di Maridist Roma, ho atteso a turni di guardia all’interno della “prigione”. I giorni di rigore venivano scontati in locali chiusi ove i colpevoli erano reclusi, a dormire su tavolacci. Io, piuttosto “buono” li tenevo liberi, con le porte aperte, perché non sopporto la vista delle gabbie.

            Però mi è toccato di dover comminare un rimprovero in quel di Piazza Risorgimento - Roma - ad un militare dell’Aeronautica. Questi indossava in modo sciatto la divisa e stava senza cappello in testa. Era pericoloso per me poiché il passaggio della ronda avrebbe punito il reo ed anche il sottoscritto per via della responsabilità della culpa in vigilando. Ne avrei fatto a meno, ma sono anche dell’avviso che ogni compito vada svolto al meglio; il servizio militare non era da meno di una qualsiasi altra “incombenza”.

            Caso differente, si presentò in una sala cinematografica ove io mi trovavo, in borghese, con l’allora mia fidanzata. Dietro di noi, seduti, si trovavano dei militari dell’Esercito, del vicino Distaccamento Interforze di Forte Braschi; stravaccati, con il giubbetto aperto, con linguaggio scurrile. Richiamati una prima volta alla civiltà, quanto meno lessicale, furono invitati, perdurando il loro atteggiamento incivile, previa esibizione del mio tesserino, ad uscire dalla sala. Nell’atrio del Cinema furono obbligati a ricomporsi, prima, ed a declinare, dopo, le loro generalità, ecc…, per la necessaria segnalazione al Gruppo di appartenenza per le determinazioni del caso. Non ho avuto pietà di quegli incivili oltre che pessimi militari.

            Quandoci vuole, ci vuole! 

 

Stellette e promozioni (22/23)



            Sottocapo dopo quattro mesi, Sergente dopo altri quattro e Secondo Capo (Sergente Maggiore) dopo diciotto mesi dall’inizio dell’avventura. Adeguamento di stipendio che fece piacere alla famiglia già impiantata.

            Non grandi cose, sia chiaro, ma due anni di naia senza retribuzione sarebbero stati oltre che lunghi, anche notevolmente disdicevoli. Questa è una di quelle anomalie che caratterizzano il nostro Paese. Perché, mi sono sempre chiesto, la Marina deve “costare” tanto di più ai maschietti che servono la patria; perché le femminucce devono farla franca, senza neanche attendere al Servizio Civile, in sostituzione dei mesi che il sesso forte (?) regala alla Nazione?

            Il vestiario dei graduati in Marina era di certo rispetto, la divisa bella, confezionata con materiali eccellenti; conservo solo la coperta, assegnata all’arrivo al Distaccamento, di pura lana Marzotto e con l’ancora disegnata in un grande cerchio; ricordo con un po’ di nostalgia i tempi passati, quando la gioventù ci faceva “ruggire” e mordevamo la vita.

            La medesima coperta che ricopriva la mia branda al secondo livello allorché, la prima notte dell’arrivo da Taranto, mi vennero a trovare, con fare non certo amichevole, gli “anziani” i quali volevano effettuare il controllo pulizia piedi. Tanto per infastidire le reclute che dormivano.

            Solo la mano, stretta in un pugno, ne uscì sul muso del primo che mi era a tiro; “Andiamo via, questo picchia!” e non mi disturbarono più oltre, per quei pochi restanti giorni che Maridist Roma mi ebbe tra i suoi ospiti, prima del pernotto ottenuto fuori dalla Caserma. 

 

 

Congedo (23/23)



            Due lunghi anni, costellati da tanti episodi che ogni tanto affiorano per via dell’età che riporta a galla le cose più remote, tralasciando, magari, quelle più recenti, sono passati ed il giorno del congedo arrivò.

            Diciannove dicembre 1969, il giorno prima i saluti in Ufficio al Ministero con i ringraziamenti, sentiti, a Capo Di Camillo per tutto ciò che mi aveva insegnato, nel lavoro e per la vita che mi attendeva. Abbracci con tutti e ringraziamenti al Ten. Generale, Direttore della Struttura, che aveva preso a ben volermi ed eccomi in Caserma per i giri di rito per riconsegna tesserino e quant’altro.

            Quel giorno non trascurai alcun Ufficio, tutto in regola con la dovuta attenzione e meticolosità; non volevo vedermi inseguito a breve da militari alla ricerca di un “evaso” per la traduzione in quel di Gaeta.

            Mi incontrò l’Ufficiale in Servizio d’Ordine all’interno del Distaccamento, sul piazzale, chiedendomi chi io fossi. “Un congedante” risposi; “Ma io non l’ho mai incontrata” replicò egli stupito”. “Bene continui così!” fu la mia ultima frase ad effetto all’interno della vita militare; saluto di rito con la mano alla visiera e via, di nuovo, verso la vita civile.

            Viva la Marina Militare Italiana!

 


  1. Marina Militare






permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 10/9/2019 alle 4:25 | Versione per la stampa


30 agosto 2019

Ricordi

La meglio Gioventù

                                 Ho già pubblicato sul Blog, a puntate, i racconti giovanili, racchiusi in 23 "quadretti".

                                 Decido ora di darne lettura in unica soluzione e saluto chi mi tiene compagnia su queste pagine elettroniche; i commenti non sono più possibili per carenze della piattaforma, ma chi volesse interloquire con me utilizzi pure la mail.


La meglio gioventù

 

Schiaffo (1/23)

                    Uno solo, dato con tutto il cuore di mamma, mi ha colpito a suo tempo; io ancora adolescente.

                    Ero irrequieto - non cattivo - oltre ogni limite e scope, battipanni ed altri oggetti che si ritrovava per le mani volavano a cercare il mio corpo mentre ella mi rincorreva per le punizioni di rito. Sempre "agitato", le davo (davamo) un gran da fare anche se aiutavo in casa, primo di quattro figli maschi; "dressato" a dovere.

                    Io ed il secondo germano, arrivato a distanza di poco più di un anno, eravamo dei veri selvaggi nei periodi trascorsi in campagna, allo stato brado appunto. Ne parlerò oltre - sono 23 "quadretti", più un ultimo quale epilogo, intorno alla mia gioventù, che ho affidato - aprendo cassetti della memoria - al Blog a giorni alterni. 

                    Oggi dirò dello schiaffone che si è stampato sul mio viso allorché, affacciato al terrazzo della casa del paese, oggi città, sul Corso principale, vidi passare lo scemo del luogo. Era felice nelle sua incapacità di intendere e volere,almeno così dava a vedere, apparentemente disinteressato di ciò che lo circondava, e suscitava, assurdamente - dico oggi -, la mia invidia.

                    Io non mi trattenni e, rivolto verso la nutrice, esclamai: "Perché non sono nato come lui?".

                    Ancora mi brucia la guancia. Vorrei, però, sentire quel bruciore intenso pur di averla ancora vicina con la sua bontà immensa ed un cuore grande verso tutti, in special modo - all'esterno - verso i suoi tantissimi alunni ed alunne che ha preparato per e nella  Scuola; soprattutto per la vita. 

 

  • Risultato immagine per schiaffo



Orlatrice (2/23)


                    Padre cacciatore, madre cacciatrice; potevamo noi andare fuori "razza"?

                   Appena svezzati o poco più, circa dodici anni di età, ed eccoci intenti, io ed il mio germano, poco meno "vecchio" di me, a confezionare le cartucce che poi avremmo utilizzato nell'arma di mia madre; un calibro "28".

                    Nostro padre e maestro si confezionava - bilancino di precisione - il più delle volte le cartucce da solo per il suo calibro"12" e per l'altro fucile di casa, utilizzato all'occorrenza per le piccole prede; quaglie.            

                    Rubavamo il suo mestiere e, nei momenti di distrazione, utilizzando i tubetti vuoti della Rodina (moderna Aspirina), in alluminio, che tagliavamo fino al punto di giusta quantità, preparavamo il contenitore per la riempitura delle cartucce con la polvere da sparo in dose ottimale.

                    Le cartucce, Fiocchi, all'epoca in cartone compresso per il riutilizzo, venivano, una volta usate, private del detonatore con un apposito attrezzo quasi appuntito; si provvedeva quindi a porre nel foro di pertinenza il nuovo esplodente, con mosse accorte e martello perfettamente levigato per non provocarne l'esplosione e la scintilla relativa.

                    Riempitura con la polvere e rotondino di cartone da pressare; borra già confezionata o da dosare (altro misurino con tubetto di Rodina) e successivo rotondino di cartone; piombo del calibro adatto per piccole prede e rotondino di cartone finale a chiudere. Non restava che passare all'orlatura della cartuccia, operazione che ci inebriava perché chiudeva il ciclo della lavorazione.

                    La cartuccera veniva riempita, il fucile sottratto con maestrìa alla guardia che montava la genitrice e via verso la caccia. Un colpo a testa.

                    Non si rientrava nella casa di campagna, dopo aver girovagato per valloni e dirupi vari, se non dopo aver esaurito le munizioni versus tutto ciò che volava, di certo peso; le rimanenze erano utilizzate per il tiro a piattello (ne parlerò oltre).

                    "Povera" mamma, la facevamo disperare, ma con il consenso velato di mio padre che vedeva emulata la sua passione, poi da noi abbandonata - nella pratica, ma non nei ricordi - con il crescere.


  • MACCHINETTA ORLATRICE PER CARTUCCE CAL. 12 ANNI '60 MARCA 2 EFFE

 


Tiro al piattello (3/23)
                    
                    Sarà la vecchiaia incipiente, ma ho deciso di aprire qualche cassetto della memoria e lasciare traccia della mia gioventù. Non so se sia stata la migliore in assoluto, ma io ho vissuto intensamente gli anni della formazione giovanile, con esperienze e marachelle a contatto della Natura che i giovani di oggi si sognano, distratti come sono dall'elettronica e dai motori in generale.

                    Ho sparato ai piattelli da giovane, fuori gara ed all'interno di una manifestazione di tiro in montagna.

                    Pochi colpi invero, con il calibro "12", piuttosto violento nel rinculo, mentre il piattello volava da un dirupo verso l'alto, stagliandosi contro il cielo calabro. Accompagnavo mio padre, grande tiratore; mi lasciò provare.

                    Altra cosa era l'esperienza fatta anticipatamente insieme a mio fratello - il secondo della nidiata - con il calibro "28"; fucile meno violento e più maneggevole per le nostre giovani braccia e struttura fisica di quegli anni. Le cartucce che avanzavano dalle nostre fruttuose battute di caccia (post del 13/12) venivano scaricate su pezzi di foglie di agave, "piattelli" appunto. A turno, dopo tagliate le foglie in pezzi da assomigliare ad un piattello, ci nascondevamo dietro un tronco d'ulivo, maestosi dalle nostre parti, e lanciavamo in aria al grido dell'altro che così poteva sparare al bersaglio improvvisato in movimento; il tutto in sicurezza  - così eravamo convinti noi - per il rifugio del lanciatore.

                        Le marachelle dei giovani di oggi mi fanno ridere e riflettere su quanto eravamo invece selvaggi noi.


  • Risultato immagine per tiro al piattello

 

Piattello (4/23)

                     Sono 67 compiuti oggi - veramente ieri, 17 dicembre,  poiché oggi,data della nascita, entro nei 68 - e mi regalo un altro ricordo.

                    Correva l'anno di grazia 1961 e mi perfezionavo nelle immersioni che avevo iniziato a praticare per la pesca subacquea "ante litteram" (ne parliamo oltre, in altro post).

                    L'anno prima, 1960, c'era stata la manifestazione olimpica in Roma e, per il tiro a piattello, furono nell'occasione utilizzati "piatti" con la stampigliatura sul fondo (retro) della gara de quo.

                    L'anno dopo, gli avanzi, predisposti in grande quantità e non utilizzati a Roma, furono distribuiti nella varie manifestazioni nazionali e/o locali; arrivarono anche in Calabria ove si tenevano varie gare di livelli agonisticamente interessanti, alcune delle quali con lancio verso il mare. 

                    I piattelli risparmiati dalla scarsa mira e/o riflessi non ottimali dei concorrenti si inabissavano in acque mediamente profonde dai 5 agli 8/9 metri, verso il largo nel Mar Jonio.

                      Quale migliore occasione per noi aspiranti "sommozzatori", il giorno dopo,che dedicarsi al recupero dei piattelli che così potevano essere riutilizzati?

                        Pescatori di piattelli, non di perle, ma con grande soddisfazione per la raccolta delle nostre "prede".


  • Risultato immagine per piattello

 

Le prime prede (5/23)

                La prima in assoluto praticando una pesca subacquea "primitiva" fu una Mormora; seguita da tante altre. Prede anche differenti.

                Stecche in metallo di un ombrello; una ricurva e tesa con filo di naylon da pesca, adeguato nello spessore, ed altre a mo' di frecce; arco improvvisato, primo fucile subacqueo per un ragazzo intraprendente e privo di altri mezzi, se non maschera e boccaglio, quasi giocattolo, anche per via della giovanissima età da scuola elementare e le disponibilità di allora; nonché le limitate offerte sul mercato.

                Era un continuo immergersi poco lontano dalla risacca, lontano da piedi e corpi indiscreti di altri bagnanti - all'epoca peraltro scarsissimi - ed il carniere dava soddisfazione.

                Sono poi passato, con gli anni e l'esperienza dovuta e necessaria al primo fucile a molla, Saetta B ed ancora oltre con un Cernia Export a doppia molla. Arma lunga e difficile da caricare in acqua se non aiutandosi con il piede, quale appoggio,  o salendo sugli scogli.

                E' arrivato, poi, anche il fucile ad aria compressa a tenermi compagnia in acqua nell'atto di molestare i pesci. Oggi non più!

                Ricordi lontani ma presenti che ancora oggi cerco di rinverdire pur se le discese sono meno profonde e le prede si limitano ai polpi che catturo con asta munita di tre punte e gancio da utilizzare per i più riottosi. Non tutti sono facilmente disposti a lasciare i loro nascondigli per farsi poi cucinare dall'ottima cuoca che è il "60%".


  • Risultato immagine per mormora

 

P.S.:
Ho avuto tanti allievi in passato; il migliore mio fratello terzogenito, che come d'uso ha superato ed abbondantemente il suo Maestro. Con soddisfazione di quest'ultimo.
Oggi mi dedico, a tempo perso, al nuoto per i giovanissimi - che non mi piace vedere con i braccioli in mare- ed insegno loro i primi rudimenti; anche dell'immersione.
Insegno loro a non avere paura, se non q.b. per non commettere sciocchezze, essere sciolti  (!) in acqua e rispettare il mare.
Uno su tutti - dopo Alan, bravissimo allievo(pluri-brevettato in piscina) di questi ultimi anni del mio essere discreto Istruttore, il quale ha già messo nel proprio carniere il primo polpetto l'anno scorso e partecipa alle mie battute di pesca - è Samuele; già dotato di acquaticità notevole diventerà anch'egli un "pesce", completo di branchie, perché una volta in mare è difficile fargli guadagnare la riva! 



 

Ulivi (6/23)

                Quelli che vegetano in Calabria sono giganteschi; nulla a che vedere con i loro consimili in Puglia, Lazio, ecc...

                Le piante che adornavano la nostra proprietà non facevano di certo eccezione se non per le loro dimensioni, ai massimi.

                La raccolta delle olive veniva fatta con le pertiche, lunghissime, anche da raccoglitori che salivano sui primi rami e fin dove possibile, verso il cielo.

                Ero bravissimo a raccogliere i frutti a terra, riempivo, riempivamo - noi ragazzi- panieri dopo panieri, aiutando e collaborando; poi al frantoio per la spremitura.

                Ho esperienza anche della molitura, nello specifico delle olive e l'olio di casa propria è ben altra cosa di quello oggi in commercio, salvo eccezioni, ma da ritrovare in punti vendita di amici che mi fanno degustare ancora oggi un ottimo olio calabro (Società Agricola Cataldo Antonio s.r.l."Coerema" , Contrada Salvi, Siderno, RC, leggi su Internet - che consiglio spassionatamente) .

                In cantina c'era la giara con l'olio di produzione propria ed un cucchiaio - da tavola - al giorno, crudo, ci spettava ad ognuno di noi figli.

                Torniamo, però, alle piante perché vicino casa nostra in campagna, ve ne era una secolare ed altissima. Su di essa trovavamo riparo, scalandola, noi selvaggi, allorché mia madre ci rincorreva per la giusta punizione che era sentenziata per due cacciatori (io e mio fratello quasi coevo) che sottraevano il fucile di "Diana" per scorrazzare sparando a tutto ciò che si alzava da terra.

                Solo il rientro a casa di mio padre, meno intransigente in genere, ma non nello specifico, ci faceva desistere, dopo assicurata la nostra incolumità fisica con sanzione che si trasformava da corporale in altra penitenza, per farci guadagnare il letto.           

                Ricordi e sapori, oltre che marachelle, del tempo che fu.


  • Risultato immagine per ulivo calabro

 

Olio di fegato di merluzzo (7/23)

                Scrivo per chi m'intende e per chi ha/conserva memoria.

                L'olio di fegato di merluzzo ha accompagnato la nostra crescita; nostra di scolari che si dilettavano con le aste, con la varie forme di grafia, ecc... mentre oggi si passa da subito alle equazioni differenziali. 

               Dotati di ogni moderno mezzo di comunicazione, i nostri ragazzi di oggi crescono più in fretta e più "dotati", ma si perdono il sapore del cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Delizia che poi, deglutita a stento, cercavamo di allontanare mordendo e masticando una fettina di limone o altre dolcezze a farci dimenticare la "purga". 

                Fu a Gioia Tauro, dove mia madre si trasferì per motivi di lavoro, quale Professoressa di  Lettere, per un anno, poco dopo la metà del secolo scorso, che ne feci una scorpacciata.    

                Ho letto che torna di moda!


  • Risultato immagine per olio di fegato di merluzzo

 

Cavaliere (8/23)

                Ebbene sì, per meriti di cavalcatura; anche se a dorso di un asino.

                Il nostro vicino di terra, in campagna, poteva vantare la proprietà di un asino; indispensabile per molti lavori nei campi.
        
               Ogni tanto lo prendevamo in prestito, io ed il mio germano, irrequieto come me se non di più, e ci portavamo nel Torrente Lordo a prelevare acqua con i barili sistemati sul basto dell'animale; approfittando delle sorgenti d'acqua che affioravamo, limpide, lungo il percorso del fiumiciattolo. Usi domestici poiché la conduttura dell'acqua non aveva ancora raggiunto la nostra abitazione e la permanenza colà, nei periodi nei quali lasciavamo la casa di paese, era una vera e propria novità.

                Noi ragazzi eravamo entusiasti delle tante esperienze a contatto con la Natura.

                  Si andava in due in groppa e via verso l'avventura; si ritrovava la "vena" e si riempivano i  barili con non poca difficoltà. Poi di corsa verso casa. Quando volevamo che la bestiola fosse più lesta nel suo incedere lento la punzecchiavamo con le spine del biancospino ed allora i limiti di velocità non esistevano.

                 Cattiverie giovanili che poi ho riscattato allorché, iscritto alla Protezione Animali, feci comminare una multa ad un contadino che maltrattava, peraltro senza scusante alcuna, il proprio asinello. Mi sono ripulito la coscienza ed ora vivo in pace.

 


  • Risultato immagine per asinello


Anguilla (9/23)

                        Quante esperienze giovanili, a contatto con madre Natura.

                       Si andava spesso nel torrente vicino casa, all'epoca interessato dallo scorrimento abbondante dell'acqua nei periodi invernali fin quasi tutta l'estate avanzata.

                          Il letto del Torrente Lordo era la nostra riserva di caccia, pardon di pesca, e le anguille ne facevano le spese.

                          Ci voleva esperienza per non tornare a casa a mani vuote. Mano bagnata, poi la si"infarinava" sulla sabbia, a mo' di cotoletta nel pane grattugiato, si trovava la pietra sotto la quale ci poteva essere la preda, si alzava di scatto il masso/tana e si immergeva repentinamente la "tenaglia" a cinque dita sull'anguilla; se colà nascosta. L'animale, afferrato da una mano che sembrava di carta vetrata, non aveva scampo. 

                          Quanti giovani di oggi possono vantare simili decorazioni al valore sul proprio petto?


  1. Anguilla

 

Vita campestre (10/23)

                    Ho avuto la fortuna di vivere allo stato brado per un periodo, giovanile, della mia vita; presenza in campagna con pratica di molte attività che svolgevo in ausilio a mio padre nella coltivazione - amatoriale - del proprio terreno e presso i vicini, limitrofi, i quali vivevano e trovavano sostentamento dalla e nella  terra.  

                    La vendemmia era un momento magico che impegnava anche noi giovani. Non volevamo andare a letto, la notte, per "curare" il torchio, con il suo inconfondibile tic-tic, tac-tac. Strumento nel quale inserivamo il residuo della pigiatura - effettuata, "nto parmentu", a piedi scalzi da parte di esperti, con una danza ritmica che aveva del magico -, prima con i raspi e poi senza, con ultima fase le vinacce da mettere in contenitori con acqua per l'ottenimento del vinello; raccolta delle olive perla successiva fase del frantoio; raccolta dei prodotti della terra, pomodori in primis, da confezionare in collane ("resta") per l'inverno; il "sacrificio" del maiale, allevato quasi allo stato libero, legato - anche - con lunghissima corda sotto una quercia secolare della quale divorava i frutti, oltre il pastone a lui quotidianamente dedicato; ecc.... 

                   La raccolta, sulla terra del vicino, delle piante dei ceci da ripulire poi sull'aia con il lancio in aria del pestato; la raccolta del grano a mano e poi assistendo al lavoro della mietitrebbia per sistemare le balle di paglia che"sputava" al suo passaggio; la produzione del pane di casa nel forno, rigorosamente a legna; ecc...  

                                                Insomma momenti di vita e lavoro campestre che mi hanno forgiato, lasciandomi ricordi indelebili ed esperienze non tutte trasferibili alle nuove generazioni, impegnate come sono con le diavolerìe dell'elettronica et similia.  


  • Risultato immagine per pigiatura dell'uva

 

 

Carabina (11/23)

                    Fu il regalo ricevuto a tredici anni; era ad aria compressa, di fabbricazione Cecoslovacca, con il binocolo, arma grande e con  tiro efficace.

                    Le mollette di mamma, lasciate sui fili ove stendeva i panni tra due alberi in campagna, il nostro poligono di tiro. Ogni piombino calibro doppio zero era un volteggio all'impazzata della molletta target della nostra mira; quasi infallibile.

                    Quando la fauna lo consentiva erano i poveri passerotti i nostri bersagli; una strage che poi si ritrovava sullo spiedo la sera, con il camino - a terra - acceso.

                    Non c'era farfalla (si fa per dire) che poteva volare indisturbata alla nostra portata e nella gittata del fucile a nostra disposizione.

                    Arma più alla nostra portata quando la nutrice montava una guardia spietata alla sua di arma, il calibro "28", che aveva paura noi usassimo. Aveva ragione da vendere, ma noi, all'epoca giovani ed incoscienti, non potevamo essere d'accordo con lei. Poi, da genitori, abbiamo compreso e siamo entrati nella vita responsabile, a sederci dalla sua parte nell'eterna disputa genitori/figli.


  • Risultato immagine per carabina

 


Lucciole (12/23)

                        Chiudetegli occhi ed immaginate di vedere, nel buio, lo scintillìo di tante lucette, piccolissime, che - ad intervalli - si fanno notare spostandosi nello spazio. L'albero di Natale è stato appena dismesso per questa tornata di festività di fine/inizio d'anno 2014 ed è facile immaginare una pianta che si muove - disordinatamente - nello spazio chiuso di una camera al buio, ma con tutte le lucette accese ad intermittenza sui rametti.

                        Sono quelle lucciole che catturavamo, io ed i miei germani, in campagna, all'imbrunire appena consolidato, per portarle a casa nella nostra camera/studio. Libere volavano e ci tenevano compagnìa tutta la notte fino alla riconquistata libertà, cosa che avveniva puntualmente la mattina dopo.

                         Grilli, ranocchie, rospi ed altra fauna locale di piccola taglia erano i nostri compagni abituali; la povera mamma ci perquisiva e trovava di tutto al rientro dalle nostre scorribande selvagge nei campi, quando liberi da impegni scolastici. Solo le lucciole avevano il suo permesso e libero accesso di notte nella nostra camera, in attesa dell'apertura mattutina della finestra che concludeva la loro prigionìa.


  • Risultato immagine per lucciola

 

Razzìe (13/23)

                Non c'era albero che ci poteva resistere ed i loro frutti erano le nostre prede; raccolti e mangiati in loco. Spesso sugli stessi rami fornitori ed in quasi assoluto silenzio per non farci scoprire.

                Quelli sulla nostra terra portavano a maturazione fichi, tantissimi, prede anche dei nostri amici di paese che si univano alle nostre "cale" (escursioni mangerecce sugli alberi; n.d.r.), e pere di una qualità atavica, piri furcunelli (lingua locale), di forma che assomiglia ad una ciliegia, da mangiarsi intere, appena staccate dal picciolo.

                Le ho ritrovate, rarissime, lo scorso anno, vendute per strada direttamente da un contadino; mi sono fermato e ne ho fatta incetta per ritornare al passato con il sapore ed i ricordi giovanili. Che delizia! Quanto i sapori e gli odori possono risvegliare la memoria!

                Salire sulle piante era la nostra specialità, a dimostrazione di valenza sportiva.

                Ciliegi, aranci, mandarini, mandorli, e chi più ne ha, più ne metta, erano prede ambite e ci gloriavamo delle conquiste, non tutte apprezzate dai vicini.  Qualche caduta e ferite tante. 

                Piccoli Tarzan, altro che le cavallette e le piaghe d'Egitto!


  • Risultato immagine per tarzan


 

Giochi innocenti per ... (14/23)

                Giocavamo con niente o quasi, la Seconda Guerra era finita da poco tempo; fuciletti fatti di legno, pistole di cartone ritagliato, tappi in metallo che facevamo appiattire dai treni, dopo averle disposte sui binari in attesa del passaggio dei vagoni, con le figurine Panini in metallo, rotonde, con le monetine da 10.= lire a battimuro o al lancio su terra, con le nocciole in vari modi, ecc...

                Vestivamo alla marinara e crescevamo senza tanti "grilli" per la testa; c'era poco da protestare e non si protestava. Guardo ed ascolto, oggi, con sbigottimento i capricci dei giovanissimi di adesso, dalla culla in poi. Pretendono ed ottengono tutto  o quasi.

                Noi, poche nocciole e ci si divertiva, con giochi innocenti per bambini ... (?).

                Quella che era destinata per il tiro a colpire le altre in fila a terra era cavata del suo contenuto con un punteruolo o similia, dopo un piccolo buco nel fondo del frutto. Si riempiva poi di piombo del più piccolo calibro e si richiudeva con cera o cera lacca. Era pesante e si poteva indirizzare bene verso il bersaglio.

                Fu così che mio padre si approvvigionò di piombo per una cartuccia. Isolato da più giorni di pioggia che rendevano impossibile scendere verso il paese, non aveva materiale per confezionare una Fiocchi per il cal. "28". La Contrada dove abitavamo si chiamava Chiusa appunto perché le terre in essa intercluse erano delimitate da due torrenti che erano intersecati in perpendicolo da vie d'acqua minori. La pioggia c'era anche allora abbondante e tutto si/ci chiudeva tra quattro vie di diluvio.

                C'era un gatto randagio che molestava i cani chiusi nel loro canile i quali abbaiavano continuamente al suo passaggio dinoccolato, "sfottente", per via della rete che lo salvava dai loro denti. Sacrificammo più nocciole ripiene di piombo, una cartuccia sola e tornò la calma.


  • Risultato immagine per cartuccia

 

Fauna (15/23)

                    Quando si ha la fortuna e l'avventura di vivere anni giovanili - anche - in campagna,a contatto con la Natura, si archiviano momenti ed incontri con la fauna più disparata.

                    Insetti, di tutti i tipi, indigeni e taluni molesti e poi rane/rospi, serpi, non trascurando ogni altro tipo di piccolo volatile della specie prima citata. Uccelli di tutti i tipi, vivi (il pettirosso che entrava ed usciva di casa da un piccolo vetro lasciato appositamente mancante - fuori dallo"scuro"-),  ed altri oggetto della mira funesta, per essi, di nostro padre e di noi giovani predatori, con la carabina, con le trappole varie, con il fucile di mamma, ecc...

                    Animali da cortile a iosa; con i sacrifici di rito, all'occorrenza, per bipedi e per il maiale che forniva tante cibarie, dalla sugna, alle salsicce, agli insaccati in genere che "allietavano" l'inverno vicino al camino, grande, a terra, sempre acceso anche per fonte di riscaldamento per la casa.

                    Frequentazioni con il nibbio che mio padre utilizzava, addomesticato per la bisogna, per la caccia con il falcone; esperienze che difficilmente si possono trasmettere con parole e/o scritti. Breve soggiorno di un'aquila reale con la sua apertura alare di circa due metri. La scimmietta che è rimasta per poco tempo con noi poiché dispettosa e difficilmente ospitabile. Porcellini d'India, conigli, ecc...; un vero Zoo.            

                    L'animale che ho curato personalmente era una volpe, trovata orfana e cresciuta con ogni riguardo. Yuri, in onore di Gagarin, mi si accoccolava vicina quando studiavo all'aperto. Conservava sempre un po' di diffidenza verso gli umani ed "odiava" mio padre che non la sopportava. Stazionava nel suo "nido" in zona all'aperto e veniva rinchiusa solo quando i cani scorrazzavano sulla terra; l'istinto è più forte di ogni altro addestramento.

                    Posso senz'altro affermare che riesco ad intendermi meglio con gli animali che non con le persone; avrò contratto quel po' di selvaticume che gli incontri giovanili mi hanno trasmesso?


  • Risultato immagine per volpe

 

Aquilone (16/23)

                    Chi non ha mai costruito, giocato con un aquilone non può dire di essere stato giovane.

                    E' vero, scrivo del tempo nel quale Berta filava; ma è una suprema verità, forse anche per oggi.

                    Ingredienti: carta velina di grandi dimensioni, possibilmente colorata, acqua, farina,forbici, canna da tagliare in stecche di dimensioni poco larghe, spago e ... buon lavoro.

                    Il novello Leonardo è così all'opera; scelta la dimensione dell'aquilone si sagoma a rombo la carta velina e poi, per la confezione della coda, si tagliano tante piccole striscette da incollare ad anello, una dentro l'altra, da chiudere con la colla (miscela idonea di farina ed acqua, q.b.).

                    Con la canna  e con lo spago si prepara un arco, leggerissimo, che si incolla a due angoli opposti del futuro "volatile", un'altra stecca di canna in senso trasversale - ai restanti due angoli -, sempre incollata con pezzettini della medesima carta velina, imbevuta nella colla e, quindi si appiccica la coda - nella parte a poppa - più due piccole codine aggiunte nella parte laterale - destra e sinistra - dell'arco teso e già incollata sulla "fusoliera" dell'uccello di carta fatto in casa. 

                    All'incrocio della canna dell'arco e della stecca trasversale a perpendicolo, con un buchetto dal di sotto nella carta velina, si attacca lo spago, lunghissimo nel suo rotolo statico che servirà a far volare l'ingegnosa macchina leonardesca.

                    Largo spiazzo ed un po' di vento; il gioco è fatto, ma ci vuole abilità a far librare per aria l'aquilone che si allontana sempre più da terra a conquistare il cielo.

                    I più bravi mandano un telegramma in vetta che consiste in un foglietto di carta con un forellino, da far entrare dal fondo del cavo di lancio e sostentamento. Roteando su se stesso il "telegramma" raggiunge così la cima, sospinto dalla corrente ascensionale del vento.

                    Il recupero del "volatile" per nuove avventure è più laborioso che non il suo lancio; si deve arrotolare il gomitolo di spago per portare, piano piano, all'atterraggio morbido l'aquilone.

                    Quanti momenti di giovanile spensieratezza trascorsi con il naso all'insù a mandare sogni verso l'alto; non ancora consci della confessione di Lorenzo, il Magnifico:

« Quant'è bella giovinezza,
   Che si fugge tuttavia!
   Chi vuol esser lieto, sia:
   di doman non c’è certezza ».


                    Buon divertimento!


  • Risultato immagine per aquilone

 

Caddie (17/23)

                    Ruolo equivalente mi spettava al seguito di mio padre quando egli si recava a caccia; io portavo il carniere che poi veniva consumato in famiglia e/o con i suoi amici di avventura; camminavo, mi divertivo ed apprendevo i rudimenti dell'attività primitiva dell'Uomo agli albori.

                    Quaglie, fagiani, pernici, starne, lepri, e - talvolta - selvatici di taglia ragguardevole. Allora la selvaggina c'era, in Aspromonte e non solo; non era ancora arrivata la manìa "popolare" di sparare a tutto ciò che volava, la caccia era esercizio venatorio serio, consapevole, sulle orme di Senofonte.

                    I cinghiali, cacciati in Sila, Montalto Uffugo, erano adagiati sulla Jeep - Campagnola Fiat - con la quale si raggiungeva, dopo oltre duecento chilometri di strade spesso ostili, il luogo di battuta. Gli altri animali, prede trasportabili alla cintola o nel cestino in vimini, erano mio appannaggio le tante volte che lo seguivo nelle scorribande con il suo gruppo di "divertimento".

                    Battute con i cani, addestrati e di notevole pedigree, che poi partecipavano anche alle Gare di Caccia Pratica oltre che di Bellezza. Manifestazioni vinte tante (Cosenza, Palermo, Rosarno, Siderno, ecc...) e Trofei - Coppe - regalati alla locale Sezione Cacciatori (Siderno); medaglie e targhe in abbondanza.

                    Sveglia in ore notturne, i cani in auto e via verso le zone di caccia. Non a tutte partecipavo poiché, per la mia giovane età, mi erano risparmiate le arrampicate su per le vette, impervie e difficili, dell'Aspromonte ed anche le lunghe permanenze invernali in località veramente disagiate, lontane da Dio (?) e dagli Uomini.

                    L'arrivo, al ritorno, in paese era una festa perché, per la rivalità che univa i vari gruppi di amici, accomunati nella stessa passione, c'era lo sfottò con esibizione, anche al di sopra dei cofani delle vetture appositamente addobbate, delle prede tutte legate tra di esse a fare bella mostra della qualità dei cani nella cerca e della mira dei loro proprietari.

                   La caccia in Riserva  non era contemplata sia per l'assenza di appositi luoghi a ciò deputati che per la cacciagione, spesso liberata ad hoc in tali siti, non certo selvatica come allo stato veramente brado; era come sparare a galline volanti per come ho verificato poi nei dintorni di Roma. 


  • Risultato immagine per carniere

 

 

Contadino (18/23)
                    
                        E' senz'altro un po' esagerato appropriarsi del termine che compete solo a mestiere difficilissimo che si apprende solo con l'esperienza, ma anche con lo studio - se c'è - propedeutico quale teoria per la successiva pratica.

                        Io però lo sono stato, anche se in forma di lavoro/quasi svago e da giovanissimo ad aiutare il mio genitore il quale, ricevuta una tenuta in eredità da uno zio, in Calabria, ha deciso di occuparsene direttamente.

                        Se il pane lo sa fare il fornaio che non ha studiato, perché non lo devo saper fare anche io che ho dimestichezza con i libri, anche se con differente specializzazione? Vi posso assicurare che, dopo tante prove, ci riuscì, per diletto e per "tigna". Il Metodo era il prova e riprova di galileiana memoria e, studio, applicazione,  indi la pratica. In campagna si faceva di tutto, con ritmi diversi dalla convulsa vita di città dove mi sono trasferito a studi quasi completati. Città eterna che ora, pensionato, ho lasciato per altra campagna, un fazzoletto di terra che delimita l'abitazione odierna.

                        Vitigno di nuovo impianto a filari, Barolo, Barbera e Lambrusco, oltre poche viti, sufficienti per l'uva da tavola, Zibibbo e Regina. Vino di ottima qualità ed un terzo Premio Nazionale portato a casa a soddisfazione del lavoro svolto. Imparò, applicandosi su libri e seguendo i consigli dei contadini esperti, a potare da solo il suo vigneto, così anche gli ulivi ed estimare le olive sulle piante. Era diventato tanto bravo da essere convocato per "consulti".

                          Io e mio fratello, il secondo della nidiata, provvedevamo alla spampanatura delle viti per far soleggiare meglio il frutto, si vendemmiava, si accudivano gli ospiti del canile - cani da caccia di pregio -, si raccoglievano e si impilavano i pomodori per le reste, i fichi da raccogliere e "caliare" al sole, i finocchi da "abbottonare", la frutta da raccogliere dai vari alberi di pere, mele cotogne per le marmellate che poi confezionava la nutrice, la quale - a tempo pieno - era Professoressa di Lettere,  ecc...; insomma si lavorava con spirito di avventura rendendosi utili e crescendo con tante esperienze accumulate sul campo, nel senso letterale del termine. Ci dividevamo tra casa di campagna e di paese, per le necessità scolastiche.

                            Quanti giovani di oggi, senz'altro migliori di noi, ma non della nostra gioventù, ritengo, per via delle esperienze acquisite, possono vantare un simile curriculum che, all'occorrenza, potrebbe garantirci la sopravvivenza in un Mondo sempre più tecnologico?


  • Risultato immagine per pomodori a collana

 

Zumbarella (19/23)

                        La canna deve essere giovane di crescita, verde, piccola nella circonferenza, recisa a dovere e poi incisa con taglio sapiente e deciso. Si sfrega nelle mani, distanziando appena la linguetta così ricavata, e poi si suona .Praticamente è come quella che si trova nelle canne delle zampogne, all'interno, per i vari suoni emessi dall'otre sotto la maestrìa del tocco dei suonatori.

                        E'solo una delle tante cose che ci insegnò uno stranissimo personaggio, un misto di realtà e fantasia. Egli si aggirava per le campagne, vivendo di elemosine, nelle campagne di Siderno e della Locride, dormendo in giacigli di fortuna, anche nei pagliai dei contadini, indossava un saio ed attirava,come le api ai fiori, noi ragazzini, tutti al suo seguito a rubargli le arti del vivere randagio ed ascoltare le sue narrazioni.

                        Suonare con uno stelo d'erba tra le mani, dissetarsi in campagna sapendo scegliere le erbe adatte da masticare, trovare cibo da consumare tra le erbe con rametti carnosi, ecc...

                   "'U monacu 'i Prestarona", era così identificato e da noi appellato quando si presentava nella nostra terra a farci compagnia e per dispensare il suo sapere,frutto di vita girovaga.

                    Quante cose apprese fuori dai libri!


  • Risultato immagine per zufolo con la canna

 

Scolaro modello (20/23)

                    Irrequieto, vivace lo ero e lo sono ancora, discolo lo fui e ... non sono cambiato di molto;  ho sempre dimostrato notevole intelligenza - bontà dei valutatori - , un po' - troppo - ribelle, dote che ho consolidato con il crescere. Del resto solo il vino buono, invecchiando migliora.

                    Ero, però, bravo a scuola; non secchione, ma sempre preparato e fornivo ottimi risultati.

                    La prima Borsa di Studio "Premio Bontà e Studio" l'ho conseguita in Quinta Elementare. Riconoscimento della Provincia agli scolari meritevoli per le due citate specificità. Fu così che, unico tra altre quattro femmine, entrai nella rosa dei premiati; con soddisfazione di mia madre, già Docente di Lettere alla Scuola Media di Siderno.

                      Il Maestro Tirotta, che facevo disperare per l'agitazione connaturata nel mio DNA, mi aveva segnalato e proposto, bontà sua, e così risultai tra i vincitori per le motivazioni e prove che egli ha consegnato alla Commissione. Erano lire 15.000.=, il premio, anno 1958, che consegnai a mio padre dopo aver detratto una cifra per un regalino a mia madre.

                        Dopo, alle Superiori, la Borsa di Studio la vinse mio fratello, quasi mio coevo; non potevano premiarsi due figli nella stessa famiglia ed il suo elaborato era senz'altro migliore del mio. Scrissi una denuncia aperta contro l'applicazione per come attuata del Piano Verde per il Sud d'Italia; il Ministro Fanfani visitava le località, mete del suo peregrinare, non comprendendo che era lo stesso bestiame che veniva trasportato a fare bella mostra di sé in ogni incontro con le Autorità (Mussolini ed i suoi carri armati sulla via dell'Impero, docet!).

                        Il voto del Diploma di Maturità mi permise di fruire della prima Borsa di Studio Universitaria che poi ho raddoppiato, anzi triplicato; non completandone, però,il percorso.

                        "Con viva e vibrante soddisfazione" il mio nominativo, con la lettera di trasmissione alla Prof.ssa Alviggi, poi Vice Preside e già "mia" giovanissima  Docente di Lettere negli ultimi anni delle Superiori,che mi ha interpellato al riguardo - ed anche il mio Curriculum Vitae a quel momento realizzato -, fanno bella mostra di sé nel Capitolo dedicato agli Alunni meritevoli nel Volume " ... una Scuola che cambia" edito per l'Istit. Tecnico Commerciale "G. Marconi" di Siderno nel luglio 1995. Ne vado fiero ed orgoglioso! Ancor di più per la dedica che la Docente mi ha indirizzato nel Volume omaggiato: " A Luigi in ricordo dei tempi mitici della giovinezza, con infiniti affetto e stima. Anna Giulia".


                        Ho avuto poi soddisfazioni nella vita lavorativa raggiungendo traguardi di certo rilievo; fortunato di certo, ma anche tenace e caparbio oltre che preparato.

                        Ora, pensionato, ex di tanti incarichi ai quali ho atteso - lavorativi, tecnico/politici, sindacali, ecc... -, strimpello sulla tastiera del Computer ed apro i cassetti della memoria di tanto in tanto; per tenere allenata la mente e farmi compagnia - da solo - con i ricordi che, quando accettati, propino al nipote il quale mi guarda ed ascolta, talvolta incredulo.      


  

  • Risultato immagine per tastiera

           

 

Luigi "sportivo" (21/23)


                Mens sana in corpore sano!               

                Sports praticati tanti,molti, appena tolte le fasce che all'epoca si usavano per imbalsamare noi appena nati; tutti a livello dilettantistico.

                Atletica con staffette e gare di lunga durata, medagliato; nuoto pinnato, premiato per un terzo posto nei 2.000 mt dietro due veri mostri in acqua; tennis, si frequentava l'YMCA - che un mio zio paterno, Pasquale, ha fondato, insieme al Prof. Graziani, divenendone poi Presidente nonché Vice Presidente della Struttura Nazionale  - e si fruiva di tutto ciò che era a nostra disposizione; ping pong, con modesti risultati; basket, vincitore di un Torneo e citazione, insieme a mio fratello con me in squadra e più bravo del sottoscritto, in un Volume dedicato a "Lo Sport a Siderno" di Luigi Malafarina ed Enzo Romeo, il primo all'epoca giornalista della Gazzetta del Sud;  calcio pochissimo, non ero abile e mi mettevano in porta; salto in alto, con stacchi da terra appena accettabili e stile ventrale, come si usava a quei tempi; ecc...

                Più congegnato per la durata, un vero diesel, davo il meglio di me in acqua durante la pesca subacquea; non tanto per le prede, ma per la durata a mollo. Quando gli altri si stancavano io iniziavo a macinare nodi e, talvolta, la Vedetta della Guardia di Finanza, allertata da riva ove non mi vedevano rientrare, mi veniva a recuperare all'altezza dell'acqua dei pescecani ; distantissima dalla riva.

                Posso, però, vantare un Titolo di Campione Italiano Master per il Trofeo Manager 1989, staffetta di 100X1000 mt, con tre squadre in gara, già adulto/maturo, con il tempo, nella mia frazione di 3 m. 41' ed 8" per i mille metri di spettanza che ho macinato in tempo medio rispetto alla più giovane ed agguerrita concorrenza nonché - anche - alla meno prestante e non solo per età.

                Della serie "Siamo tutti sportivi", ma almeno al nipote ho qualcosa da raccontare.


 

I Bronzi di Riace (22/23)


                    Ci siamo tenuti compagnia per tanti anni, non sapendo gli uni (loro) dell'altro (io) e viceversa.

                    Riace è località che frequentavo da giovanissimo quando seguivo mio padre nelle sue cacciate a quaglie, sul litorale Jonico; ne ho scritto più indietro. Spiagge selvagge, belle, quasi deserte allora, vicine al sito che ha visto i miei natali.  Loro nascosti sotto la sabbia, in mare, ed io a calpestare quella della battigia, con il carniere alla cintola. 

                    Poi, io grandicello, è stato - anche - quel tratto di mare, nella parte più scogliosa, ad assistere alle mie battute di pesca subacquea. Loro sempre immersi e nascosti nella sabbia ed io a pinneggiare intorno agli scogli/pietraie a disturbare i pesci destinati a diventare prede.

                    Sempre vicinissime le opere d'arte; loro oramai invecchiati ed io da giovane. Non ci conoscevamo.

                    Conobbi invece il loro scopritore, Mariotti, anni dopo il ritrovamento e la mia stretta di mano non fu priva di certa invidia poiché egli ebbe la fortuna, quell'anno,di immergersi in anticipo rispetto alle mie/nostre escursioni subacquee e così trovare quei tesori che una mareggiata invernale aveva parzialmente fatto emergere dalla sabbia, pur sempre sott'acqua. Chissà!

                    Vidi, poi, i Bronzi di Riace nella loro sede di destinazione, Museo di Reggio di Calabria, restando estasiato di fronte a tale straordinaria fattura e bellezza; rimasta immutata nel tempo, mentre io ... 


                    Ora i due Bronzi hanno ripreso il loro posto nella sede citata dalla quale erano stati spostati per lavori di restauro.


  • Risultato immagine per bronzi di riace

 

Amore a prima vista (23/23) 

                Sono stato precoce; la prima fulminazione - vera - a circa 8 anni.

               Amore immediato al primo passaggio sul Corso principale del paese natìo, oggi Città (Siderno)  di una competizione automobilistica denominata "Il grande otto"; definizione questa appresa dopo aver letto del Volume del quale riporto notizia ricavata  da Internet:
"

"Siderno"

 

Sud e letteratura/3

… dei post per il web. «Io i 409 comuni calabresi non li ho solo percorsi col dito sulla cartina geografica, li ho vissuti di persona» – così ricorda durante la presentazione del volume,organizzata in una libreria a Siderno settimane addietro.Letteralmente il grande otto era il nome di una gara automobilistica che si svolgeva negli anni del dopoguerra fino al 1957. Si chiamava così perché il tracciato, Catanzaro-Cosenza-Crotone-Catanzaro-Vibo-Reggio-Catanzaro, disegnava un numero …

19 dicembre 2013 | Angelo Nizza

                Mi affacciavo da uno dei balconi della casa atavica, sita peraltro al centro - urbanistico - della cittadina, sulla Via Nazionale, e vedevo avvicinarsi sagome rombanti di vetture sportive che passavano, provenienti da Reggio di Calabria, sotto i nostri occhi, per perdersi poi verso la parte Est del paese a raggiungere Catanzaro; lasciata alle loro spalle la fontana principale con annessa rotatoria ante litteram. Fontana monumentale oggi sostituita con altra più appariscente, ma meno bella.

                Fu così che compresi quanto il mio cuore, oltre le "valvole", fosse dotato anche di cilindri e pistoni, compressi e vogliosi di rombare per e nella vita. Sempre di corsa tant'è che Speedy Gonzales è il nomignolo attribuitomi; ancora oggi sono inquieto, prescioloso e veloce nelle mie varie attività. Quasi tutte.

               Ora, memore e nostalgico di quei passaggi, non mi perdo la annuale Mille Miglia, storica, al transito delle Vecchie Signore da Roma verso Viterbo per raggiungere il traguardo di Brescia.

               Il motore romba ancora a pieni giri ed il primo "amore" - platonico -, di allora,  non si scorda mai. 

 

 

 

 

  • Risultato immagine per mille miglia

 

 

 





permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 30/8/2019 alle 4:10 | Versione per la stampa


28 agosto 2019

Intelligenza animale

Amistad






                                     Senza parole, non servono! 

                                    Solo tante riflessioni e commozione con immensa gioia.

da Il Messaggero:
"

Giovane delfino liberato dalle reti: gli spettacolari salti per la felicità in compagnia di un amico


Un giovane delfino è restato intrappolato in una rete, ma per sua fortuna i pescatori se ne sono accorti in tempo: con grande cautela riescono a liberarlo scoprendo nel frattempo che un altro delfino stava facendo compagnia all'amico in difficoltà. Una volta in libertà, il delfino dimostra la sua felicità con un salto prodigioso doppiato subito dopo da quello dell'altro mammifero. E' accaduto nelle acque di Procida.

Il video è stato postato da Mario Polizzi, di Roma, sulla sua pagina Facebook


"

P.S.:
A guardare il video più che di una rete sembra essersi trattato del tipo di pesca (conzu palamito o conzirru, in Lingua madre calabra) effettuato con una sequela di ami, disposti a distanza tra di essi e fissati, a penzoloni, ad un lungo filo di nylon di certo spessore. Non tutti hanno competenza specifica per descrivere gli accadimenti, ma ciò non muta la sostanza di quanto ripreso e poi postato si Facebook.




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 28/8/2019 alle 5:6 | Versione per la stampa


24 agosto 2019

Mondo animale

Asino



                              Animale paziente l'asino, tenace, con lunga memoria, ha da sempre collaborato con l'Uomo nei vari lavori pesanti in campagna e dintorni.

                       Da giovane utilizzavo - in prestito ed in sella (basto) come un provetto Cow Boy - il somarello del vicino di podere, contadino, e si andava, in coppia, con il di lui figliolo e talvolta uno dei miei germani a prendere l'acqua con i barili nella sorgente in un torrente.

                                 Lo stuzzicavamo perché andasse più veloce del suo passo abituale "esortandolo" con la puntura di una spina del biancospino; cosa che non farei più neanche a lauto pagamento. L'età giovanile è farcita da errori e/o piccole cattiverie; le nostre di poco conto poiché lo toccavamo appena sulla pelle, senza volergli fare del male. Questo bastò perché se ne ricordasse ed alla prima occasione, passandogli io da dietro a distanza ravvicinata, mi sferrò una doppietta con le zampe posteriori che scansai, con i riflessi dell'età; avrei cambiato voce, di certo, altrimenti. 

                                        Appresi immediatamente, però, la lezione "pedestre".

                                 Attenti a dare dell'asino/somaro a chicchessìa e godeteVi la notizia di sotto riportata.

da Il Fatto Quotidiano:




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 24/8/2019 alle 4:30 | Versione per la stampa


21 agosto 2019

Verità "terrena"!

Ecclesia libera in libera patria



 
          Questo è il commento che ho inserito su di un foglio elettronico di notizie "La Riviera" su un articoletto che riportava l'intervento del Sen. Morra, ieri sera al Senato durante la discussione; dopo le dichiarazione del Presidente Conte in Aula. Il richiamo alla lealtà e sulla mancanza di coraggio dell'Uomo politico che chiede, invece, pieni poteri, sono stati momenti di verità elevatissimi:

"


         I simboli religiosi devono appartenere alla sfera privata e non pubblica; men che meno a quella politica.

       Ottimo intervento dopo quello del Presidente Conte il quale ha "sculacciato" a più riprese l'indisciplinato Ministro, compreso il rimprovero sull'utilizzo "improprio" della Fede nell'agone politico e la sottolineatura sulla lealtà.

         Ottima la chiusura, nella replica, sulla mancanza di coraggio del leghista.
"



 
Il Se. De Falco indica la strada di casa al leghista, invitandolo in tal senso.
Crisi governo, De Falco si rivolge ai banchi della Lega e intima: "Devi andare a casa"                                          




permalink | inviato da eugualemcalquadrato il 21/8/2019 alle 5:31 | Versione per la stampa
sfoglia     settembre        novembre
 
 




blog letto 851237 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

ale
esperia
fiore
fiordistella
fulmini
garbo
grandmere
il bokkaglio
paoletta
piccoleonde
scalpo
valigetta
Beppe Grillo
Quicalabria


La sua famosa equazione dimostra come L’energia E e la massa m di un corpo non siano indipendenti. Possiamo calcolare l’una a partire dall’altra moltiplicando o dividendo per un fattore c², dove c è la velocità della luce nel vuoto. In altre parole la massa e la luce sono convertibili tra di loro, come gli euro con i dollari, ma al contrario delle monete il tasso di cambio tra energia e massa è fisso.

CERCA